Translate

Ricerca personalizzata

6/29/2009

Dal Silenzio



Nuove energie passano da una delle porte dell´universo insieme a chi le emanda, caricati con queste energie,in modo che la vera luce splenda in te e fuori di te...Solo cosí saremo simili a chi ci cerca.
Sono vicini da toccarti,ascolta come fai con una radio sintonizza la frequenza giusta.Come una scala dove si puó solo salire e non scendere,loro ti aspettano sul gradino stabilito.

...chiudi gli occhi per intendere.Poi intendi anche ad occhi aperti.

5/14/2009

Progetto Nuovo Paradigma


Per superare la barriera della programmazione mentale dei media e della società, per scavalcare le impalcature spirituali che ci hanno messo i nostri nemici e che noi ci siamo lasciati mettere addosso senza farci tante domande.. Il concetto fondamentale è uno: NOI, COME RAZZA, DOBBIAMO SALVARE NOI STESSI, DA SOLI. Dobbiamo smetterla di aspettare la salvezza dall'alto perchè così non facciamo che porci in una condizione di "vittima" e di "adorazione" verso entità esterne a noi. Libero arbitrio e discernimento.
Dobbiamo imparare le 4 leggi universali, sapere quali sono, come funzionano e metterle in pratica.. Dobbiamo sapere che non siamo abbandonati a noi stessi. L'aiuto esiste ed è presente in varie forme ma è un aiuto a carattere "consultivo".. dobbiamo domandare di essere aiutati ad aiutare noi stessi.. non dire "vi prego salvateci!" Le 4 guide sono un esempio di questa forma di aiuto. Questi esseri benevoli rispettano la legge universale di non interferenza con altre razze in evoluzione.. se facessero qualcosa di "invasivo" si caccerebbero nei guai loro stessi.. La legge dell'attrazione funziona sempre, da una parte e dall'altra.
Questi esseri benevoli non cammineranno fra noi fino a quando non saremo alla pari con loro, coscenzialmente parlando.
Dall'altra parte ci sono esseri meno benevoli verso di noi e verso l'esistenza stessa... in concomitanza con la chiusura di questo ciclo, vogliono attuare il loro progetto millenario che è quello di creare un universo a polarità negativa... ci siamo quasi.. ma in background un Nuovo Paradigma di esistenza si sta formando... avverrà il caos.. necessario affinchè possa venire smantellato il sistema di bugie, inganni e ingiustizia in cui viviamo... Quanto durerà il caos dipende dal livello di coscienza delle masse.. Più resistenza al cambiamento ci sarà, più il caos durerà e sarà tosto.. Dovremo prepararci al crollo dei sistemi attuali di comunicazione, sarà difficile anche procurarsi acqua potabile e comunicare a distanza dal momento che in caso di caos tutti i sistemi elettrici salterebbero.. Sarà un bel casino ma sarà come le doglie di un parto... qualcosa di meraviglioso nascerà dalle ceneri di tanto dolore... Scarica il Nuovo Paradigma

5/12/2009

1) Il segreto della forza di attrazione...The Secret


“E’ stato tramandato attraverso i secoli, desiderato ardentemente, nascosto, rubato e comprato per somme ingenti di denaro. Questo antichissimo Segreto era noto ad alcuni dei più grandi personaggi della storia: Platone, Galileo, Beethoven, Edison, Carnegie, Einstein, e ad altri inventori, teologi, scienziati e filosofi. Ora il Segreto sta per essere rivelato al mondo.”
“Se imparerai il segreto apprenderai ciò che puoi avere, ciò che puoi essere e potrai fare tutto quello che vuoi. Apprenderai chi veramente sei. Apprenderai la magnifica verità di ciò che ti aspetta nella tua vita.”


















3/16/2009

Il Vangelo Segreto dei Catari



Il manoscritto proibito, opera di un fantomatico monaco di nome Favera,
era in condizioni davvero pietose; per la sua ovvia usura secolare sembrava
doversi sgretolare da un momento all’altro tra le mie mani, vi erano inoltre
molte frasi abrase e addirittura intere pagine illeggibili poiché definitivamente
deturpate da uno strano liquido nero indelebile, talché con paziente cura
dovetti inventarmi una sorta di fantastico ponte intellettuale per connettere
quanto più razionalmente possibile le varie parti della straordinaria cronaca
medievale. Ma fu un lavoro quanto mai proficuo e dilettevole, sia dal punto di
vista linguistico perché mi consentì di affinare ancor più la mia conoscenza
del latino (il testo in questione era scritto appunto in questa lingua e quindi
dovetti tradurlo e adattarlo all’italiano), sia soprattutto per il mio avanzamento
filosofico-spirituale in tutte quelle questioni delicate che attengono al mistero
della vita e delle sue tante atroci sofferenze.
Raccontare come venni in possesso di simile dirompente documento
storico non è un’impresa da poco. Tutto cominciò allorquando, studiando a
fondo un breve periodo di storia medievale, fui come illuminato da un’idea
che via via si cristallizzò nella mia mente fino a diventare talmente pervasiva
e ossessiva da costringermi a inseguirla fin nei suoi più reconditi recessi.
Trattasi di un lasso di tempo alquanto esiguo sebbene di notevole cruciale
rilevanza storico-filosofica per le sorti dell’umanità, in pratica il ventennio
medievale che va dal 1190 al 1210, con particolare riguardo alle battaglie
condotte dalla Chiesa di allora per affermare il suo dominio sui regnanti del
tempo e in special modo contro l’eresia catara, che proprio nel periodo in
esame raggiungeva la sua massima espansione dottrinale, culturale, sociale e
perfino politica, tanto da costringere il grande e controverso pontefice di
allora, Innocenzo III, a bandire contro di essa una vera e propria guerra di
sterminio, conosciuta ufficialmente come la crociata albigese, dal nome di
una città non lontana da Tolosa, Albi, ritenuta a quel tempo il massimo del
concentrato cataro, imperante tra l’altro non solo colà sebbene in tutta quella
vasta regione della Francia autonoma del Sud e precisamente in quei territori
che dall’Aquitania e passando per la Linguadoca si estendono fino alla
Provenza.
L’esito di tale spedizione militare, come testimoniano le fonti storiche, fu
alquanto catastrofico per il buon nome della cristianità, poiché, se da un lato
le orde inferocite dei crociati riuscirono apparentemente a debellare gran parte
dell’eresia, dall’altro bisogna fortemente denunciare che simile apparente
successo (apparente perché nonostante tutto l’anima immortale del catarismo
vive ancora quanto meno nella coscienza degli studiosi) fu raggiunto a prezzo
di un immane versamento di sangue innocente. La carneficina di Beziers,
consumatasi verso la fine del Luglio 1209, nella quale molte migliaia di
uomini, donne, vecchi e bambini furono passati al filo della spada, grida
ancora oggi vendetta e giustizia dinanzi alla ragione umana.
Perché la Chiesa di Innocenzo III aveva dato l’avvio a questa sanguinosa
e mostruosa caccia contro i catari? Quali profondi, oscuri e ineffabili
significati si nascondevano dietro una così disumana e crudele persecuzione?
Era davvero, l’eresia catara, tanto mortalmente pericolosa da giustificare un
così atroce massacro di vite umane?
Come ben si può capire, si tratta di quesiti talmente ineludibili che uno
storico degno di questo nome ritengo non possa impunemene tralasciare o
peggio sottovalutare senza perdere di conseguenza la propria onestà e dignità
di ricercatore imparziale.
Esaminando poi attentamente tutto ciò che si verificò realmente in
quell’oscuro ventennio, mi sono imbattuto in almeno tre o quattro
avvenimenti che mi propongo di rimarcare.
Nel 1190, l’anno fatidico dal quale muovono le mie indagini, un oscuro
vescovo cataro di Concorezzo in Lombardia, un certo Nazario, porta in
Italia dalla Bulgaria il cosiddetto secretum; di là, a quanto dicono i
documenti che ho consultato, il testo passa nelle terre infestate dall’eresia
della Francia meridionale, luoghi nei quali il catarismo stava ormai
demolendo pezzo per pezzo tutte le credenziali morali e dogmatiche della
Chiesa; si tratterebbe dell’apocrifo attribuito a Giovanni Evangelista:
“Interrogatio Iohannis apostoli et evangelistae in cena secreta regni
coelorum de ordinatione mundi istius et de Principe et de Adam”; il testo,
forse originariamente redatto in greco e tradotto in lingua slava, sarebbe stato
in seguito misteriosamente latinizzato e trasferito nell’archivio inquisitoriale
di Carcassona, una delle molte altre località investite in pieno dalle armate
crociate; sembra inverosimile, ma ho scoperto che subito dopo il passaggio in
Europa di questo documento all’apparenza innocuo la storia di quel periodo
subisce un’accelerazione portentosa, quasi che nel suo contenuto vi fossero
rintracciabili in filigrana i segni inequivocabili di una terribile minaccia da
sdradicare subito ad ogni costo; un altro particolare non meno inquietante di
questa vicenda è che il testo del Nazario passa nelle terre interessate
dall’eresia a quanto mi è dato di sapere pochi mesi prima dell’anno tragico e
luttuoso del 1209, l’anno della crociata distruttiva contro i catari; la Chiesa
voleva forse appropriarsi di tale documento?; e se sì perché?
Un altro evento che mi ha costantemente turbato nel corso delle mie
indagini riguarda il barbaro assassinio del legato pontificio Pietro di
Castelnau, a quanto dicono le fonti verificatosi nella Provenza in una data
ancora controversa, comunque sicuramente da collocare tra il 10 Gennaio e i
primi di Febbraio del 1208; già questa sola insicurezza sul giorno esatto
dell’omicidio è una spia molto chiara del fatto che i grovigli attorno all’atto
criminale in osservazione sono quanto mai corposi e bisognevoli di ulteriori
approfondimenti; inoltre non appare allo stato credibile l’ipotesi che dietro la
mano dell’assassino dell’alto dignitario papale ci fossero nientemeno che i
catari, tanto più che questi dovevano pur sapere che l’eventuale sanguinosa
dipartita del legato pontificio avrebbe di sicuro offerto a Innocenzo III la
scusa per incendiare i territori infestati dall’eresia; si era trattato di un
complotto orchestrato dall’alto per scatenare contro i catari la falce della
morte crociata?; su questa vicenda, comunque, i pareri degli storici sono
alquanto discordanti: alcuni affermano che l’ucciso si era fatto troppo audace
e temerario nel combattere i focosi ribelli eretici, altri che si era fidato troppo
del Conte di Tolosa Raimondo VI (al quale alcuni, se non altro quale
istigatore occulto, imputano direttamente l’omicidio, anche per la strana
coincidenza che prima dell’imboscata il legato aveva sostenuto dinanzi al
nobile un burrascoso faccia a faccia sulle azioni da intraprendere per irretire
con ancor maggiore durezza la proliferazione sempre più massiccia della
cultura catara), altri ancora che era entrato addirittura in forte polemica con
Innocenzo III riguardo i metodi da usare per combattere proficuamente
l’eterodossia (non a caso esistono testimonianze scritte che rivelano come ad
un certo punto della sua missione il Castelnau avesse perso d’incanto ogni
speranza di poter abbattere in tempi brevi un così agguerrito gruppo di eretici,
chiedendo addirittura di essere dimesso dal gravoso incarico); ad ogni modo
(forse sto per scrivere una semplice illazione basata unicamente sulla mia
fantasia) personalmente ritengo in buona fede che Pietro di Castelnau sia stato
trucidato perchè ormai a conoscenza di reperti scritturali segretissimi
appartenenti ai catari (del resto la storia ci tramanda che durante l’assedio
all’ultima roccaforte catara di Montsegur alcuni eretici erano riusciti a
fuggire portando con sé testi proibiti dei quali non si seppe più rintracciarne
l’esistenza e l’ubicazione), libri che, se divulgati, avrebbero per sempre
sotterrata e annientata la Chiesa fin nelle sue fondamenta; qualcuno aveva
voluto chiudergli la bocca affinché non diffondesse quanto forse (?) appreso?;
e se fossero stati proprio i catari a fargli visionare i misteriosi scritti per
dimostrargli la veridicità e inconfutabilità dei propri convincimenti dottrinali
e lui ne fosse rimasto talmente scosso da fargli commettere l’ingenuità di
partecipare il suo cruccio in ambienti molto altolocati della gerarchia
ecclesiastica, la quale pertanto avrebbe optato per la sua morte al fine di
togliere di mezzo un testimone scomodo di così alto grado?
Ad ogni modo, a non tenere conto della dichiarazione di assoluta
innocenza di Raimondo VI (che nonostante tutto venne presto scomunicato
perché accusato di essere in un certo qual modo in combutta con i pericolosi
eretici), credo in tutta franchezza che con questa vicenda delittuosa i catari
c’entrino ben poco; d’altronde, seguendo fino alle estreme conseguenze
questo mio ragionamento come detto un pò fantasioso ma non per questo da
scartare a priori, io sono e resto dell’opinione che i catari, contrariamente a
quanto si possa credere interpretando gli avvenimenti in maniera solo
superficiale, avessero semmai tutto da guadagnare nel pubblicizzare i propri
documenti da altri ritenuti “segreti”, se non altro per cercare di attirare attorno
alla propria causa il maggior numero possibile di simpatizzanti e credenti,
specie nell’ambito feudale e della nascente borghesia del tempo oltreché degli
ambienti clericali più progressisti e meno succubi della curia papale.
Ma i misteri non si esauriscono purtroppo a questi primi lati oscuri della
materia che stiamo scandagliando. Vi è infatti un altro avvenimento non meno
inquietante che merita di diritto la nostra attenzione e cioè la morte
improvvisa per mano omicida del legittimo pretendente al trono imperiale
germanico, Filippo di Svevia, trucidato quasi senza un perché e comunque
per motivi futilissimi dal Conte di Baviera Ottone di Wittelsbach,
verificatasi nel Giugno dello stesso anno 1208; ebbene, mi perdoni lo storico
poco avvezzo alle fantasie galoppanti di un intellettuale “libero” quale io mi
reputo, ma credo a questo punto che i due eventi criminali sui quali mi sto
dilungando siano inestricabilmente legati da un unico filo conduttore, appunto
dal testo misterioso trasportato in Europa dal vescovo cataro di Concorezzo,
un documento magari purgato da riferimenti segreti colossali a ben altro testo
ben più sconquassante, come del resto farebbe supporre il particolare già
menzionato della frettolosa traduzione in latino operata sull’originale greco o
slavo; risulta ormai peraltro pacifico che tra lo Svevo e Innocenzo III non
corresse buon sangue e difatti fra di loro si sviluppò incomprensibilmente nel
tempo una lunga guerra sotterranea fatta di velate minacce e oscuri intrighi,
anche a causa dell’atteggiamento del pontefice il quale, nonostante Filippo
fosse l’unico erede legittimo al trono imperiale rimasto vacante dopo la morte
del fratello Enrico VI, si era inauditamente schierato contro tutte le ragioni di
questo mondo per Ottone IV, circostanza che l’interessato aveva sempre
bollata come indebita intromissione nei suoi sacrosanti diritti di successione; i
loro focosi attriti (sui quali la storia è ancora ben lungi dall’aver fatto piena
luce) sfociarono poi clamorosamente nel fallimento disastroso della IV
Crociata deviata forse di proposito in quei territori bulgari del Bogomilismo,
eresia, quest’ultima, dalla quale è ormai accertato presero le mosse i catari per
sviluppare le loro dottrine, col risultato di vandalismi e saccheggi, specie a
Costantinopoli, dalla quale città, a sentire alcuni studiosi degni della
massima attendibilità, furono prelevati immensi tesori insieme a pergamene e
papiri antichissimi non meglio specificati, documenti che ovviamente, al loro
impatto con un’Europa impestata fino al midollo dalla ribellione ereticale,
apportarono dal punto di vista religioso-dottrinale altri rivolgimenti e
sommosse; cosa pensare inoltre della sospetta visita fatta da Alessio al
cognato Filippo ben prima della crociata del 1204 per ottenere da questi aiuto
militare contro lo zio che lo aveva ingiustamente spodestato dal trono
bizantino?; quale allettante contropartita avrebbe offerto allo Svevo per
sollecitarne l’appoggio?; perché questa deviazione improvvisa e fuori da ogni
logica verso Costantinopoli nonostante e contro le direttive di Innocenzo III
che per questa insubordinazione arrivò sinanche a scomunicare i capi stessi
della crociata da lui nominati?; non lo sapremo mai; del resto, quasi ad
evocare l’abisso diabolico di una verità da spegnere ad ogni costo, il registro
principale nel quale sono riportati i più rimarchevoli avvenimenti del
pontificato di Innocenzo III termina improvvisamente nel 1208, sempre
quell’anno, un anno terribile intorno al quale ruotano i più spaventosi
enigmi religiosi e filosofici dell’umanità.
Al di là di quanto fino ad ora riportato, esistono inoltre altre coincidenze
non meno sinistre e interessanti che attengono questa volta alle oscure e
controverse origini del cristianesimo. Per prima cosa non sono mai riuscito a
capacitarmi della misteriosa circostanza della quasi totale assenza di scritti del
principale discepolo di Gesù, Pietro, una delle più colossali assurdità storicofilologiche
sulla quale ancora oggi gli specialisti non sanno dare una
spiegazione plausibile. Perché, altra palese contraddizione, esistono poche
lettere dei discepoli di Gesù, mentre di Paolo (che forse non lo conobbe
personalmente) se ne sono conservate un così gran numero? E che dire del
discepolo prediletto del Cristo, quel Giovanni Evangelista autore del quarto
Vangelo, l’unico degno, secondo le credenze catare, di essere preso in
considerazione perché pregno della narrazione dello scontro violentissimo
tra Gesù e il Diavolo? E perché proprio Giovanni, che ha fondato il suo
Vangelo sul predetto scontro tra la Luce e il Principio delle Tenebre, non fa in
esso alcuna menzione delle cosiddette tentazioni demoniache a cui fu
sottoposto il Nazareno e delle quali parlano invece Matteo, Luca e
succintamente Marco (sul cui Vangelo alcuni studiosi avanzano addirittura la
tesi che sia stato dimezzato)? È razionalmente sostenibile l’ipotesi (avanzata
da illustri filologi ed ermeneuti) che il Vangelo di Giovanni sia stato purgato
in quelle parti più scopertamente gnostiche e manichee?
Questa controversia sulle tentazioni di Gesù è in effetti uno, se non
addirittura il principale mistero della sua vita terrena. Ci fu davvero un
incontro a quattr’occhi tra Gesù e il Diavolo? I Vangeli sinottici, come detto,
ce lo confermano in pieno. Ma su cosa si sono basati per descriverlo? Su un
riassunto orale del Messia? Oppure, cosa assai più inquietante, su un
documento scritto di pugno dallo stesso Cristo in persona? È mai possibile
che il Figlio di Dio non abbia lasciato proprio nulla di sua mano per evitare
che la sua religione venisse annacquata o peggio spudoratamente mutilata dai
suoi poco cristiani indegni successori?
Insomma, tanto mi accanii in quei meandri oscuri della storia e della
riflessione filosofica che ero quasi sul punto di cedere dinanzi al sempre più
vistoso indebolimento delle mie forze psico-fisiche. Ma ripetendo ogni
secondo a me stesso che sarebbe stata solo vigliaccheria intellettuale
abbandonare a quel punto i miei sinceri conati di giungere a respirare un pò di
quel gradevole Profumo di Verità che già sentivo aleggiare in quegli studi
cruciali, mi rituffai a capofitto nell’impresa, deciso ad ogni costo
(contrariamente al parere di un mio vecchio amico psicologo che mi consigliò
vivamente di prendermi un periodo di vacanze) a conseguire un qualsiasi
seppur minimo successo che squarciasse quanto meno una parte del velo di
cotanti sinistri arcani; e fu così che, roso fin nel più profondo di me stesso
dall’ansia e dal presentimento che in quella crociata cosiddetta “albigese” si
celasse il più grande mostruoso segreto della storia umana, dopo diversi
fallimentari abboccamenti con i responsabili degli archivi vaticani (le
gerarchie della curia romana mi respinsero subito non appena sentirono
nominare quell’eresia sepolta dai secoli), nella mia qualità di studioso di
cristosofia esoterica e di professore emerito di storia medievale presso
l’Università di Milano chiesi ed ottenni dalle autorità clericali del capoluogo
lombardo (che da tempo si erano fatti garanti della mia dirittura morale e
dottrinale) di poter liberamente indagare su quella tenebrosa vicenda. Ricordo
comunque che prima che mi venisse concesso una sorta di salvacondotto
culturale per poter liberamente accedere in tutte le biblioteche e in tutti gli
archivi documentali che avessi ritenuto opportuno visitare la Chiesa di Roma
fece diversi passi molto ostili nei miei confronti, intimando praticamente ai
miei mallevadori clericali milanesi di riconsiderare attentamente il permesso
accordatomi, ma alla fine fu costretta alla desistenza previa comunque la loro
promessa, messa a verbale e ritenuta vincolante per la loro stessa onorabilità,
che qualsiasi studio avessi voluto pubblicare su quelle delicatissime tematiche
sarebbe stato prima passato al vaglio delle autorità vaticane, alle quali si
assicurava la prerogativa di promuoverlo o di bocciarlo senza appello.
E così ebbe inizio il mio calvario. Rovistai e passai al setaccio decine e
centinaia di biblioteche di mezza Europa, visitai come un ossesso conventi e
monasteri in qualche caso persino diroccati e abbandonati all’usura del tempo,
ma tutto sembrava vano, non una sola frase, un solo riferimento che mi
facesse presagire l’uscita dal tunnel nel quale mi ero cacciato.
Ebbi un lungo periodo di scoramento, cominciai a maledire il giorno in
cui mi ero fisso in testa di indagare su argomenti così maledettamente ostici
ed in effetti stavo quasi per allentare la presa allorché un giorno si presentò
nel mio studio, invaso da montagne di volumi sul catarismo, un mio collega
universitario (al quale avevo imprudentemente ma anche fortunatamente
partecipato il tenore delle mie forsennate ricerche) con in mano un vetusto
codice aristotelico che si disse sicuro avrebbe colpito la mia immaginazione.
Affermò che gli era stato prestato in visione da un suo conoscente
collezionista di reperti medievali e che quindi entro massimo quindici giorni
avrebbe dovuto restituirglielo. Si trattava di un documento apparentemente di
quasi nessuna importanza in quanto riportava una delle opere meglio
conosciute dello stagirita, un trattato filosofico su argomenti metafisici che io
stesso avevo avuto modo di visionare e studiare in ben altro pregiato codice.
Ma non era sul reperto in sé stesso e sul suo contenuto che intendeva
attirare la mia attenzione, bensì su una breve microscopica annotazione in
latino che compariva sul margine inferiore di una delle tante pagine del
volume, forse un fugace dilemma, oppure una traccia lasciata di proposito da
un monaco o da un lettore clandestini particolarmente solerti mentre lo
copiavano, miniavano o leggevano pensando a tutt’altro genere di cose. Il mio
collega aprì dinanzi a me il codice e, alla pagina 33, mi fece osservare una
minutissima scrittura corsiva che era destinata ad incendiare per sempre la
mia curiosità: “Monacus Favera nomine, clarus litteratus, suum scriptum de
catharorum excidio, a secreto papyro suscitato”.
Non appena lessi quella postilla fu come se tutta l’acqua del mare (come
narra una leggenda agostiniana) entrasse nella mia piccola testa di studioso,
saltai letteralmente sulla sedia e abbracciai calorosamente il mio collega,
ringraziandolo di cuore per il suo inaspettato e miracoloso interessamento. Ad
un tratto mi parve di essere ad un passo dalla Verità. Era adesso
assolutamente vitale scoprire chi era davvero questo monaco e se esistevano
notizie storiche a suo riguardo. Ma prima era necessario accertarmi
dell’autenticità di quella nota per fugare ogni dubbio sulla sua possibile
utilizzazione. Poteva infatti trattarsi di una sorta di depistaggio o peggio
ancora di uno scherzo di cattivo gusto. Ma un mio amico scienziato al quale
chiesi di esaminare la postilla in questione (uno dei massimi esperti italiani di
tecniche chimico-fisiche per la datazione esatta di scritture antiche) affermò
senza ombra di dubbio che sia l’inchiostro usato nel testo per copiarlo e
miniarlo e sia soprattutto la breve annotazione risalivano più o meno al 1400,
un periodo storico apparentemente incongruo visto che il catarismo ufficiale
scompare quasi del tutto intorno al 1350, ma non per questo del tutto
incomprensibile, poiché era possibile, anzi certo, che questo Favera avesse
redatto il suo quasi testamento magari negli anni dieci o venti del tredicesimo
secolo per poi ovviamente nasconderlo come per affidarlo ai posteri.
Pubblicare in vita uno scritto di tal genere, naturalmente, lo avrebbe esposto
come minimo al carcere perpetuo, in caso di abiura, e al rogo in caso di
ammissione della paternità dello stesso.
Siccome dunque il codice aristotelico era stato redatto verso la fine del
quattordicesimo secolo in un convento di Tolosa ed appariva essere stato
prelevato nel 1943 dagli archivi dell’arcivescovado della stessa città francese
(tutti particolari che si evincevano dalla lettura di altre maldestre note corsive
poste sul frontespizio insieme a due timbri di diverso stampo ancora leggibili
che testimoniavano dell’anno del suo trafugamento verosimilmente in seguito
al trambusto provocato dalla guerra mondiale in corso e la sua appartenenza ai
beni librari della stessa sede diocesana), conclusi che era proprio lì che
dovevo concentrare le mie indagini (in effetti lo avevo già fatto con
scarsissimi risultati) poiché era a questo punto ipotizzabile che gli archivi
stessi da cui proveniva il testo contenessero ben più interessanti riferimenti
alle tematiche da me così cocciutamente inseguite; del resto Tolosa era stata il
centro del potere politico del Conte Raimondo VI, come si sa un uomo non
molto lontano dalle idee catare, una circostanza ormai quasi pacifica che in
ogni caso non gli avrebbe impedito di intrattenere nonostante tutto buoni
rapporti con le autorità clericali della sua città. Non era dunque fuorviante
immaginare che, date le sue eretiche frequentazioni e la sua altolocata
posizione, il Conte avesse coperto con la sua autorità determinate persone
imbevute di catarismo magari con la copertura “cattolica” delle predette
autorità ecclesiastiche tolosane.
Riflettendo quindi su tutte queste coincidenze temporali e spaziali e ancor
più persuaso della pista da seguire a seguito di una comunicazione anonima
nella quale, con voce artificialmente alterata, un oscuro telefonista si disse
pronto ad aiutarmi nel caso mi fossi degnato di sfruculiare meglio negli
archivi arcivescovili di Tolosa (una telefonata che mi spaventò non poco ma
che non fu in grado di bloccare a quel punto cruciale le mie ricerche), decisi
allora di rompere ogni indugio e di ritornare laddove come detto ero già stato
senza successo. M’imbarcai quindi sul primo aereo diretto a Tolosa e qui
giunto alloggiai senza dare nell’occhio in un lussuoso albergo del centro.
Ricordo ancora con un certo senso di angoscia quanto mi accadde la notte
dopo l’arrivo in quell’hotel, allorché fui svegliato da diversi colpi alla porta
della mia stanza, come se qualcuno avesse avuto l’intenzione di conferire col
sottoscritto, un fatto quanto mai inquietante che mi lanciò per sempre nel
regno dell’ignoto e che dimostrava, quand’anche ce ne fosse stato bisogno,
che qualcosa di veramente losco si stava profilando all’orizzonte. Ma io non
mi feci abbattere da tale pur spaventosa circostanza, anzi, sommandola alla
telefonata anonima di cui ho accennato, conclusi che se pur esisteva un
giustificato motivo per temere qualche brutta sorpresa, era altresì ancor più
necessario moltiplicare i miei sforzi e il mio coraggio, a non tenere conto del
fatto che in quell’intromissione telefonica si parlava apertamente di aiuto e
non di disturbo alle mie indagini.
L’indomani mattina, quindi, munito come sempre del salvacondotto delle
autorità religiose milanesi, mi premurai a recarmi di buon’ora nel palazzo
dell’arcivescovo di Tolosa. Questi, un uomo alto e massiccio che incuteva
timore per la sua stazza e che mi conosceva bene per avermi già permesso
almeno altre cinque volte di consultare l’archivio sotterraneo della sua sede
diocesana, si mostrò dapprima assai sbalordito nel vedermi ricomparire, mi
fece un sacco di domande sui risultati fino ad allora apparentemente
conseguiti dalle mie ricerche eresiologiche e alla fine, questa volta a
malincuore e visibilmente contrariato dalla mia testarda insistenza
nell’inseguimento ossessivo di quelle tematiche «sul filo del sacrilego», mi
diede alquanto titubante l’ennesimo assenso, stavolta però decidendo a
sorpresa di farmi accompagnare da un alto prelato di sua fiducia, come se la
mia reiterata volontà di consultazione dell’archivio bibliotecario cominciasse
a suonargli un pò strana e foriera di risvolti poco desiderabili.
Seguito quindi come un’ombra da colui che forse aveva ricevuto l’ordine
tassativo di marcarmi questa volta strettamente, giungemmo infine nell’ampio
salone dell’archivio odorante pesantemente di stantio e umidume e come
sempre mi disposi in maniera tranquilla (ma con una lieve fitta al cuore
sintomatica di un senso inconscio di panico) a consultare gli antichi reperti
medievali di mia competenza negli scaffali appositi. Subito, rispetto alle visite
precedenti, ebbi l’impressione che qualcosa fosse stato di proposito
manomesso, alcuni codici in pergamena e vari testi papiracei non li trovai più
al posto di prima, bensì molto più distanti e in qualche caso mischiati a
volumi più moderni posti su altri scaffali, un particolare che non ebbi il
coraggio di palesare al prelato per non metterlo in imbarazzo, ma che nel mio
intimo provocò non poco fastidio, come se qualcuno, prevedendo le mie
mosse, avesse a ragion veduta cambiato di posto i testi per allontanarli dai
miei occhi e dalla mia curiosità. Ero quasi bloccato dinanzi ad uno scaffale
nel quale ero sicuro di avere precedentemente intravisto un’opera di un
qualche interesse per le mie specifiche indagini storiche quando, spostando
inavvertitamente gli occhi verso l’interno più in ombra dell’ampio locale,
inquadrai la figura di uno strano personaggio muoversi furtivamente verso
l’entrata di quello che aveva tutta l’aria di essere una specie di bugigattolo
annesso all’archivio, all’esistenza del quale non avevo mai fatto caso.
Sicuramente (lo arguii dal fatto che il prelato si comportava come se in quello
stanzone ci fossimo solo noi due) si trattava di un intruso in incognito, non si
sa come entrato né perché nell’archivio.
Quel che accadde subito dopo, però, fugò ogni dubbio sulle sue
intenzioni. Successe tutto in pochi secondi: prima che il prelato potesse
rendersi conto degli eventi che a sua e mia insaputa si stavano
materializzando, udimmo entrambi nitidamente un tonfo attutito provenire
dalla cameretta annessa all’archivio, per cui ci precipitammo insieme nervosi
verso la provenienza dell’imprevisto rumore, ma l’intruso, prevedendo il
tutto, attese che io entrassi per primo nel ripostiglio, dopodiché, facendo uso
di una tecnica di bloccaggio come fosse un esperto di arti marziali, con un
braccio alla cintola e l’altro su una spalla con una mano a chiudergli la bocca
immobilizzò il mio accompagnatore come una statua, aspettando nel
contempo che io dessi un’occhiata al fascio di documenti pergamenacei che
da quel che cominciavo a capire aveva fatto volutamente cadere a terra per
attirare su di loro la mia attenzione. Ebbi quindi modo di afferrare il
malloppo, di svolgerlo su di un piccolo tavolo e quindi di leggere una sorta di
carteggio medievale a quanto pare intercorso tra alti dignitari dell’ordine dei
predicatori appena fondato e vari abati e priori del periodo, proprio di quel
lasso di tempo che più mi tormentava per le sue quanto meno equivoche
implicazioni storico-religiose. Le date si presentavano infatti quanto mai
allettanti per la loro strabiliante coincidenza con i fatti da me tanto
accanitamente approfonditi: Giugno 1208, Agosto 1208, Ottobre 1208,
Novembre 1208, Gennaio 1209, Aprile 1209, Maggio 1209, Luglio 1209...
Quasi senza alcuna fatica i miei occhi caddero sul nome che cercavo: Favera.
Lessi traducendo mentalmente dal latino: “È assolutamente vitale fermare
quest’uomo, è l'unico che a quanto sembra è riuscito a far perdere le sue
tracce dopo la sua rocambolesca fuga dall’Abbazia di Fonts de Bratin e
dopo specialmente aver quanto meno visionato il pericolosissimo ‘secretum’
aramaico, trafugato criminosamente da questa sede monastica; gli altri, come
sapete, li abbiamo bloccati in tempo e seppure a conoscenza del terribile
documento li abbiamo neutralizzati, qualcuno mandandolo al rogo,
qualcun’altro costringendolo all’abiura e al carcere perpetuo. Raimondo VI,
come sapete, destinatario a quanto sembra del documento illegalmente
prelevato, ce lo ha restituito e dopo intense e prolungate interrogazioni
abbiamo appurato che non è riuscito a farsi fare dal criminale eretico la
tanto agognata traduzione dall’aramaico. Se non riuscissimo ad arrestarlo in
tempo sarebbe la fine. Tutti questi massacri di catari non saranno serviti a
nulla e l’eresia, magari, rialzerà un giorno di nuovo la testa, apportando altri
lutti e tragedie forse peggiori dei precedenti. Il suo nome lo conoscete:
Favera. Agite. Ne va della vita di tutti.”
Come sentisse che avevo terminato quella lettura proveniente dal buio
passato, l’oscuro personaggio a questo punto lasciò la presa del prelato e se la
diede letteralmente a gambe, scomparendo in un baleno come un fantasma,
dopodiché, di nuovo libero, il malcapitato chierico mi si avvicinò furioso
strappandomi letteralmente di mano il documento appena letto,
rimproverandomi di averlo visionato e quasi intimandomi di dimenticarlo al
più presto pena la mia stessa incolumità fisica. Aggiunse che questa era
l’ultima volta che venivo ammesso alla consultazione dell’archivio e che
d’ora innanzi era meglio che non mi facessi più vedere in giro. Non sapeva se
denunciare il fatto al cardinale di Tolosa in persona, ma se avessi giurato di
non far parola ad alcuno di quanto appena scoperto ci avrebbe pensato sopra
per non aggravare la mia già delicatissima posizione. Io giurai, al ché l’altro si
premurò di consigliarmi di tornare «al più presto possibile» nella mia città
natale «per restarci per sempre».
Quale non fu la mia meraviglia quando, ritornato nell’albergo come dopo
un incubo ad occhi aperti, vi trovai nella mia stanza, comodamente seduto su
una poltrona, proprio la persona che aveva così ‘gentilmente’ maltrattato
l’alto dignitario clericale! Era un uomo di bassa statura un pò corpulento,
portava occhiali scuri più ampi del normale che parevano incollati al viso,
dando la strana impressione di esserne una vera e propria protesi inamovibile.
Mi guardò un pò curioso sorridendo del mio ovvio sbalordimento e
all’improvviso, come mosso da una molla a tempo, si alzò dalla poltrona, si
avvicinò al tavolo della stanza e lasciò cadere sul ripiano, dopo averlo tolto
lentamente da una larga tasca interna del suo giaccone, un vetusto e rozzo
tomo pergamenaceo dalla rilegatura e cucitura mezzo spappolate dal
trascorrere dei secoli.
Mentre io lo guardavo attonito incapace di una qualunque reazione,
chiedendomi mentalmente chi fosse in realtà quel personaggio e perché mai
avesse deciso di intervenire nella mia vicenda personale senza esserne
richiesto, l’altro incominciò freddamente a parlare con una voce cavernosa
che pareva provenire dai più reconditi anfratti di una foresta: «Non dovete più
far nulla. Ecco il vero reperto che cercavate. Dovrete solo tradurlo dal latino.
È una capacità che non vi manca. Si tratta dell’unico documento esistente al
mondo in grado di far piena luce sul mistero del catarismo. È stato
manoscritto intorno al 1212 da un monaco il cui nome già conoscete:
Favera.» Io lo ascoltavo marmoreo come sotto un incantesimo. L’altro potè
quindi proseguire indisturbato: «Come ben riconoscerete leggendo la cronaca
riportata in questo raro e in un certo senso pericoloso volume, questo
coraggioso monaco a cui tanto deve l’umanità ha quanto meno visionato il
contenuto di un papiro fortemente temuto dalla Chiesa. Si tratta a quanto
sembra dell’unica opera scritta di pugno da Nostro Signore Gesù Cristo
in persona e da quel che si può arguire leggendo l’intestazione della
traduzione latina operata da Favera sull’originale aramaico si può
approssimativamente certificare che sia stata donata in segno di indefettibile
intimità al suo amato discepolo Giovanni, affinché non la desse in mani
profane. Dopo averla trafugata insieme ad altri monaci catari presenti in
incognito in un’abbazia che si chiamava “Fonts de Bratin”, l’ha portata
dinanzi al Conte di Tolosa Raimondo VI, in un castello debitamente
fortificato all’uopo. Del terribile papiro non si è saputo più nulla. Forse, come
fa supporre Favera in questo scritto, è stato sequestrato a Raimondo VI e in
seguito distrutto o forse è stato seppellito nel più profondo dei pozzi più
profondi per non turbare i sonni di Innocenzo III e della sua depravata Chiesa.
Forse verrà il giorno in cui lo potremo leggere integralmente e solo allora,
credo, la Chiesa di Roma crollerà definitivamente portando nella sua tomba la
sua ineguagliabile impostura. Se quel giorno verrà, ed io me lo auguro,
sapremo finalmente chi era realmente Gesù e il Dio di Luce di cui era Figlio.
Come sono giunto in possesso di questa pergamena è una questione che ci
porterebbe troppo tempo ed io purtroppo ne ho assai poco, visto che sono
tenacemente inseguito dai servizi segreti di mezza Europa che ovviamente ci
penserebbero ben poco prima di farmi la pelle. Ad ogni modo qualcosa debbo
pur dirvela. Sappiate adunque, che lo crediate o meno, che io sono un lontano
discendente di una delle tanti ramificazioni genealogiche dei congiunti
dell’autore di questo volume segreto. Sono riuscito ad individuare le mie
antiche origini assoldando una quindicina di anni addietro (mosso in ciò da un
misterioso sogno credo di natura paranormale nel quale un monaco dalle
fattezze molto simili alle mie mi invitava a portare alla luce un’opera da lui
scritta attinente al problema del catarismo) il maggiore esperto antenatologo
in circolazione qui in Francia, il quale, a ricerche terminate, mi rivelò
contemporaneamente di avere scoperto che tra i miei antenati degli anni
settanta del quattordicesimo secolo ve n’era uno che era morto sotto tortura in
un carcere dell’Inquisizione qui vicino a Carcassona, verosimilmente perché
accusato di essere uno degli ultimi catari esistenti in quel periodo, in quanto è
risaputo che questa eterodossia scompare praticamente dalla Francia e
dall’Europa intorno al 1350, anche se ovviamente qualcuno in clandestinità
continuava a studiare e a praticare le dottrine e i rituali di questi presunti
eretici. Essendo anch’io uno studioso appassionato nel campo eresiologico
medievale (a questo punto da intendersi come una specie di inconscia
reminiscenza delle mie remote radici genealogiche) ho voluto vederci chiaro
in questa scoperta comunicatami che andava stranamente ad avvalorare il
sogno poc’anzi riferito e così decisi di affiancare allo studioso antenatologo,
ovviamente sborsando un’altra ben più ingente somma di denaro per
convincerli a lavorare per me, una vera e propria squadra di archeologi,
bibliofili, latinisti, storici e filologi, tutti cultori medievalisti, ordinando loro
di scavare approfonditamente e nel massimo segreto nel periodo temporale in
cui nacque e si sviluppò fino all’estinzione sanguinosa il catarismo, allo scopo
magari di scoprire chi era davvero quel mio antenato incarcerato
dall’Inquisizione, e perché mai lo avessero ucciso. Non credo sia a questo
punto indispensabile svelarle tutti i retroscena e le peripezie affrontate da
questi illustri studiosi, le dirò soltanto che dopo cinque anni di intense e
accanite indagini nel periodo in esame, gli interessati vennero un giorno da
me felici come una pasqua e mi donarono la pergamena che vi sta dinanzi. In
verità non sono certo che si tratti dell’originale scritto di pugno dal monaco
Favera, è logico infatti presumere che dell’opera siano state riprodotte diverse
copie, sia per dare maggiore diffusione al testo e sia soprattutto per
confondere l’Inquisizione impedendole di distruggere l’opera, evidentemente
temuta e ricercata con tutte le forze. Ricordo che dopo poche settimane da
quella clamorosa donazione alcuni esperti della squadra che avevo messo in
piedi (gli altri sparirono dalla circolazione e non riuscii più a rintracciarli)
furono trovati impiccati nelle proprie abitazioni, di sicuro assassinati o
costretti al suicidio dagli stessi che ora mi danno la caccia, tanto da
obbligarmi a cambiare di volta in volta residenza e identità per depistarli. Ma
forse sto anticipando troppe cose della storia scritta in questo scrigno della
sapienza medievale. Questo testo è vostro, ve lo siete meritato. Io non potrei
tenerlo oltre, ne va della mia stessa vita. Ne farete l’uso che riterrete più
opportuno. Non ho più niente da dirvi. Addio!» e così dicendo lo sconosciuto
si allontanò con passo svelto verso la porta e sparì come un’ombra senza
neppure voltarsi a darmi un segno di incoraggiamento; mi avrebbe fatto molto
piacere, ora che tenevo con me una vera e propria bomba a orologeria.
Tornato subito in me stesso, mi mancò persino il coraggio di aprire la
pergamena, l’avvolsi nervosamente in una tovaglia, la depositai nella valigetta
da viaggio e la sera stessa ritornai in Italia, giurando a me stesso che mai più
avrei messo piede fuori dal mio nido di Milano, anche se ovviamente con un
malloppo del genere in mano nessuna città di questo mondo sarebbe stata in
grado di garantirmi la sicurezza assoluta della mia esistenza.
Giunto ad ogni modo nel capoluogo lombardo, mi chiusi a chiave e per
ben settantadue ore non mangiai né dormii fintantoché non ebbi completato la
traduzione e la lettura devastante del manoscritto proibito, il cui frontespizio
ricalcava la stessa annotazione presente nel codice aristotelico di cui abbiamo
parlato alla pagina 33: “Monacus Favera nomine, meum scriptum de
catharorum excidio, a papyro secreto suscitato.” Lascio dunque a Favera il
palcoscenico della narrazione e lo faccio volentieri. Da questo momento in
poi ogni responsabilità di tutto quanto seguirà è demandata a Lui e a Lui
soltanto.
Non so ancora quanto mi resti da vivere; poco però, ritengo, dato che ho
deciso che non appena avrò terminato il resoconto della storia che mi accingo
a scrivere mi sottoporrò volontariamente al rito cataro dell’Endura per morire
degnamente e per evadere definitivamente da un’esistenza alla quale non oso
più chiedere nulla, del resto sono precocemente invecchiato e stanco fino al
midollo di questa vita crudele e diabolica. Non so se avrò le forze di portare a
compimento la cronaca delle giornate cruciali che mio malgrado mi videro
protagonista. Della lettura forzatamente fugace del papiro misterioso conservo
fortunatamente ancora un vivido ricordo, grazie anche ai copiosi appunti che
ho tutti raccolti qui davanti a me su questo tavolo fatiscente all’interno di una
capanna di canne che mi sono costruita in fretta in questa fitta boscaglia molto
distante da Tolosa per sfuggire alle ire della Santa Inquisizione che sono
certo mi dà ancora la caccia. Questi appunti dunque mi consentono ora di
redigere con una certa padronanza del tema tutto quanto mi capitò in quei
terribili mesi del 1208 e del 1209, allorquando, con l’aiuto di alcuni monaci
catari in incognito e con l'intervento diretto di alti personaggi politici del
tempo (a cominciare dal Visconte Raimondo-Ruggero di Trencavel e dallo
zio Raimondo VI di Tolosa), riuscii a mettere le mani sull’unica opera di
Gesù Cristo che si conosca: “Meae doctrinae expositio ad amatum meum
discipulum idoneum unum Iohannem qui penitus accipere posset eam, de
tenebrosis mysteriis mundi creationis quam Diabolus fecit, a me ipso scripta
Iesu Christo nazareno, Dei Lucis Filio, Pilato regente imperanteque romano
Tiberio.”
Purtroppo, come in un certo senso accennato, non ho avuto modo di
studiare a fondo il contenuto del papiro per gli eventi precipitosi entro i quali
dovetti svolgere quel compito delicatissimo, ma il ricordo terrificante di
quella lettura seppur sommaria è di quelli che sono destinati a restare per
sempre indelebili nella memoria. Ora so. So che la vita è un inferno e che
siamo approdati in questo pianeta soltanto allo scopo di offrire in olocausto il
nostro sangue ad una divinità talmente oscura e sanguinaria da far venire i
brividi, per non dire di peggio. Il papiro cristico me lo ha confermato in
maniera inequivocabile e spietata.
Dopo averlo velocemente ma parzialmente tradotto dall’aramaico in
latino (sotto l’impellente richiesta del Conte di Tolosa in persona che mi dette
appena dieci giorni di tempo per la traduzione in quanto i crociati erano sulle
nostre tracce e si temeva seriamente per la nostra vita), l’ho meditato a lume
di candela per ben quarantott’ore lunghissime all’interno di un castello
fortificato messo a mia disposizione dal potente nobile, venendo subito
catapultato in una concezione della vita e del cosmo quanto mai scardinante di
ogni possibile immaginabile pace spirituale. La Chiesa di Innocenzo III, certo,
non lo ammetterà mai, ma il titolo sopra riportato dell’opera di Gesù (sulla cui
autenticità e attendibilità, ovviamente, mai vi potrà essere la certezza assoluta,
ma a questo punto ciò conta relativamente) suona quanto mai lugubre per
l’odierna cristianità affogata nella depravazione più vergognosa e forse ormai
incapace di alzare la testa dal fango nel quale è precipitata di sua propria
iniziativa. Da tutto quanto precede e da quel che si dirà in seguito, si può
ormai affermare senza tema di essere smentiti che la sanguinosa e obbrobriosa
crociata contro la cosiddetta ‘eresia’ cataro-albigese, promossa a partire dal
Marzo 1208 e materializzatasi nel Luglio 1209, è stata organizzata proprio
allo scopo di trovare e distruggere il papiro di cui si tratta, un reperto storicofilosofico
evidentemente ritenuto talmente distruttivo dalla Chiesa da poter
mettere in serio pericolo la sua stessa esistenza e ragion d’essere. A quanto
posso immaginare, Raimondo VI o chi per lui, avendo saputo da sicure fonti
che prima di investire Beziers (non a caso dai crociati definita Covo del
Diavolo) i crociati si sarebbero lanciati come furie contro l’abbazia di Fonts
de Bratin per impossessarsi manu militari del papiro in oggetto, convinse il
nipote Raimondo-Ruggero di Trencavel ad adoperarsi presso l’abate Cudecro
affinché mi desse in custodia il prezioso documento prima che cadesse nelle
mani degli attaccanti. L’abate, alla cui cura era stato a suo tempo affidato il
testo affinché non lo mostrasse ad anima viva, si mostrò alquanto offeso da
simile richiesta e per far capire quanto lo era minacciò i querelanti di
denunciarli tutti alla nascente Inquisizione insieme al sottoscritto ed altri
monaci sospetti d’eresia, ma quando le avanguardie assatanate dei crociati
raggiunsero e irruppero nell’abbazia trucidando a sangue freddo lui e un gran
numero di monaci, essendo stati informati precedentemente di una via segreta
di fuga, io e i miei aiutanti, dopo aver trafugato il papiro nascosto in una
segreta sotterranea della biblioteca, riuscimmo a scappare appena in tempo
utilizzando un cunicolo che da sotto le fondamenta del monastero sfociava
nella fitta boscaglia e lì giunti fummo presi in consegna dai soldati di
Raimondo VI che ci offersero i loro migliori destrieri con i quali, protetti in
cerchio da quei cavalieri pronti a tutto pur di difenderci, cominciammo a
galoppare con una certa celerità, ma ogni tanto, voltandoci, potevamo
osservare distintamente le lunghe lingue di fuoco che si levavano
dall’abbazia, a quanto poi seppi in seguito distrutta e incenerita insieme ai
suoi innocenti occupanti.
Dopo diverse traversie raggiungemmo infine il castello fortificato poco fa
menzionato e qui, in quanto unico esperto della lingua aramaica, fui ricevuto
in pompa magna dal Conte di Tolosa, che mi pregò seduta stante di
accomodarmi in una stanza già predisposta per procedere immediatamente
alla traduzione del papiro, un compito certo non facile, data l’estrema
complessità della lingua parlata da Gesù, che necessitò di lunghissime ore di
accanite concentrazioni linguistiche e intellettuali, allorché il fortino venne
accerchiato da almeno mille crociati che evidentemente erano sulle nostre
tracce perché presumibilmente imbeccate da spie meschine e prezzolate.
Ricordo ancora come fosse ieri le urla concitate di un messaggero dei crociati
che esigeva seduta stante da Raimondo VI la restituzione del papiro pena la
distruzione del maniero e di tutti i suoi momentanei inquilini (proprio in quel
frangente io mi trovavo in una stanza attigua al salone nel quale il messaggero
stava urlando il suo ultimatum). Il bravo e intelligente Conte si difese come
meglio poté, negando dapprima che il papiro si trovasse nel Castello di sua
proprietà, ma quando nella discussione s’intromise una spia che dichiarò di
avermi visto con altri monaci entrare nel maniero con qualcosa di grosso sotto
le ascelle alla fine dovette cedere all’evidenza e ammettere la propria
responsabilità, garantendo subito dopo al focoso inviato crociato che fra non
molto avrebbe soddisfatto tutte le richieste dell’armata assediante, a
cominciare proprio dalla restituzione dell’antichissimo documento cristico.
Per quanto riguardava la mia persona, aggiunse però, nonostante fossi
ricercato come uno dei più pericolosi fuorilegge catari, non poteva fare lo
stesso, poiché aveva dato la sua parola d’onore che nessuno avrebbe osato
togliermi un capello. L’emissario, nonostante quest’ultima negazione, parve
un pò rabbonirsi e si disse d’accordo, ma intimava al Conte di sloggiarmi al
più presto dal Castello esigendo nel contempo la facoltà per i crociati di
braccarmi fino alla cattura vivo o morto. A questo punto per il nobile
Raimondo VI fu giocoforza piegarsi, troppi erano gli armati per poter resistere
più di due o tre giorni all’assedio, cosicché, fatto accomodare il messaggero in
un’ala distante del Castello, gli disse che aveva bisogno di almeno due ore per
poter ottemperare alle richieste ultimative. Poco dopo venne a trovarmi con le
lacrime agli occhi, mi abbracciò come un fratello, volle che gli ripetessi
oralmente alcuni passi capitali appena tradotti del papiro, dopodiché me lo
tolse lentamente dalla mani, mi fece indossare abiti civili, mi affidò alla cura
di un drappello delle sue migliori guardie armate e ci indicò l’unico passaggio
attraverso cui sfuggire all’assedio dei crociati, dandomi in ultimo un
salvacondotto per poter più speditamente allontanarmi da tutte le zone
infestate dalle bande disordinate degli occupanti e con un bacio mi consigliò
infine per il mio bene di non mettere più piede in «queste terre preda del
Demonio.»
Dopo che riuscii con molta fatica a raggiungere un territorio molto a nord
di Tolosa praticamente lontanissimo dal campo di battaglia e dal raggio
d’azione dei miei inseguitori, vissi per alcuni anni in clandestinità, vivendo
d’elemosina e cercando in ogni maniera di depistare i miei segugi scatenati
forse da Innocenzo III in persona in tutta la Francia e fors’anche al di fuori dei
suoi confini, finché il destino non mi convinse che oramai non sembravano
esserci più serie minacce alla mia incolumità fisica e pertanto decisi di
fermarmi in questa capanna apparentemente sicura in mezzo ad una foresta
che orientativamente dovrebbe trovarsi in una zona della Francia centrosettentrionale
a non meno di trecento chilometri a sud di Parigi.
Da questa sorta di finestra sul mondo ho potuto essere informato da
viandanti e sbandati di tutte le vicende susseguenti alla mia fuga, notizie
agghiaccianti di eccidi e massacri indiscriminati di catari di ogni età e ceto
che ancora non riesco a comprendere per la gratuita inusitata truculenza con la
quale vennero eseguiti. Su tutti spicca la carneficina di Beziers. Come mi fu
raccontato da un profugo di quella città (forse uno dei pochi scampati al
macello), tra il 20 e la fine del Luglio 1209 (quindi dopo pochi giorni dalla
mia forzata partenza dal Castello del Conte di Tolosa) l’intero
concentramento urbano venne selvaggiamente investito dai crociati che
bruciarono e devastarono ogni sua pur piccola porzione. Diverse migliaia di
uomini, donne, vecchi e persino bambini furono scannati con inaudita ferocia
e quelli che non si potè massacrare perché la stanchezza della mattanza si fece
ad un certo punto sentire furono riuniti sul più grande catafalco che la storia
ricordi e dati alle fiamme in una sola volta, con urla strazianti di dolore che si
potevano udire a distanza di chilometri, uno scempio diabolico che continua
ancora oggi e che mi porta a ritenere che il papiro fonte di tutte le rovine dei
catari, sebbene forse sequestrato a Raimondo VI, sia tuttora in circolazione di
nuovo sfuggito dalle mani dei crocesegnati.
Ovviamente questa storia, data la situazione disastrosa che sta vivendo la
Francia meridionale, non potrà mai in questo periodo vedere la luce della
divulgazione, siamo ancora nel 1212 e il catarismo, sebbene abbia subito
colpi devastanti, appare ancora ben lungi dallo scomparire. Dopo averla
collocata in una piccola cassetta di metallo, è mia intenzione quindi
seppellirla ben in profondità nella terra battuta di questa capanna. Visto il
clima che si respira, non mi servirò del servizio postale, ma io stesso farò una
capatina di nascosto presso la casa di Parigi dove vive uno dei miei fratelli
maggiori, con l’intenzione di donargli una mappa dettagliata dell’ubicazione
esatta della capanna affinché, passati questi anni bui e almeno dopo un secolo
che sarò morto, permetta ai suoi discendenti diretti di riportarla alla luce del
sole per farla circolare segretamente se possibile proprio a Tolosa e dintorni,
poiché è mio desiderio che con questa testimonianza possano in un certo
senso essere vendicati quanti furono tolti dal mondo con tanta disumana
crudeltà. Ritornerò quindi nella mia modesta dimora forestale, poiché è chiaro
che con la mia sola presenza a Parigi potrei mettere a repentaglio l’incolumità
fisica della famiglia del mio caro congiunto.
Ma passiamo adesso al nocciolo duro della narrazione.
La storia ebbe come teatro la nuovissima abbazia di Fonts de Bratin,
distante appena quattro-cinque chilometri dal centro eretico di Beziers,
costruita a tempo di record un quarantennio prima dalle autorità cattoliche con
lo scopo precipuo di arginare il dilagante fenomeno del catarismo. Data
ovviamente la sua pericolosa vicinanza con una città così minacciosamente
eterodossa, non si poté evitare, come si vedrà in seguito, che essa venisse ben
presto infiltrata e corrotta (sotto l’attenta regia del Visconte di Beziers e dello
zio Raimondo VI) dalla idee catare, tant’è vero che persino il mio
trasferimento in quel complesso monastico, come ebbe un giorno a
confidarmi il mio priore di Carcassona, sarebbe stato caldeggiato presso
l’abate Cudecro proprio da Raimondo-Ruggero di Trencavel, forse in ciò
consigliato dall’avvenente moglie (probabilmente una simpatizzante catara in
incognito), che lo avrebbe indirizzato a me a motivo del fatto che potevo
tornare utile alla causa dei catari essendo io uno dei massimi esperti
conoscitori della lingua aramaica, un particolare la cui decisiva rilevanza si
comprenderà meglio nel corso della narrazione.
L’abbazia di Fonts de Bratin sorgeva in un luogo quanto mai solitario e
umbratile, precisamente in un avvallamento di una lunga gola tra due
montagne fittamente coperte di boschi che si estendevano a perdita d’occhio.
Intorno al monastero, quasi in previsione di eventuali attacchi e ovviamente
per la protezione del papiro segretissimo severamente custodito al suo interno,
erano state costruite poderose mura di sbarramento e una decina di monaci su
un totale di cinquanta facevano a turno la guardia all’esterno (armati di tutto
punto) per impedire a chiunque di avvicinarsi senza motivazioni valide.
Ero entrato in quel misterioso avamposto religioso verso la fine
dell’Agosto del 1208 (tra il Gennaio e il Giugno dello stesso anno erano stati
barbaramente assassinati in circostanze e dinamiche quanto mai tenebrose il
legato pontificio Pietro di Castelnau e l’erede al trono germanico Filippo di
Svevia) su richiesta esplicita del mio priore del distaccato convento di
Carcassona presso l’abate Cudecro, al quale chiedeva vivamente, essendo io
uno dei più appassionati studiosi di problemi teologici della sua piccola
comunità, di accogliermi nella nuova dimora monacale per permettermi di
portare in porto la stesura di uno studio approfondito sull’eresia catara,
ovviamente pregandolo all’uopo in via eccezionale di concedermi di poter
usufruire dei tesori della biblioteca abbaziale, vanto di tutta la cristianità e una
delle più vaste e complete in tutti i campi dello scibile umano. A tale scopo
egli stesso si faceva garante della mia provata ortodossia dottrinale e rivelava
al Cudecro che l’obiettivo fondamentale dell’opera che mi accingevo ad
elaborare era quello di controbattere i capisaldi della teoria gnostico-diabolica
dei pericolosi eretici.
Prima che venissi accolto a Fonts de Bratin dovetti aspettare ben quindici
giorni, tempo nel quale si diffuse (con una coincidenza strabiliante forse
pilotata dall’alto) la voce popolare non comunque corroborata da fatti
conclamati secondo cui una delle cause che avrebbe convinto i sicari ad
amazzare Pietro di Castelnau e Filippo di Svevia era da ricercarsi nei
contenuti di strani libri presenti in una qualche insospettabile abbazia della
Linguadoca, testi sui quali si vociferava che le due vittime erano in procinto
di scoprirne la precisa ubicazione e persino l’occulto contenuto. Ovviamente
qualcuno puntò il dito anche contro il cenobio di Fonts de Bratin, sempre
secondo le stesse fonti illatorie teatro di foschi intrighi e addirittura, questo
però secondo i cattolici, ricettacolo di libri particolarmente temibili per la
Chiesa e per il suo buon nome, tutti particolari che accesero in me un
desiderio quasi morboso di farne parte, sia per verificare di persona la validità
di simili inquietanti dicerie e sia perché nella bozza che stavo preparando
contro la dottrina catara mi sembrava adesso all’improvviso che vi fosse una
certa incongruenza tra la supposta ‘eresia’ e la spietatezza con la quale veniva
perseguita, un’incongruenza che era mio inalienabile dovere dirimere e
comprendere poiché, se da un lato era nella mia fede cattolica combattere
l’eterodossia, dall’altro la mia sensibilità di studioso meticoloso mi portava a
nutrire non pochi dubbi sulla serietà dell’intera impalcatura antiereticale con
la quale si presumeva di abbattere in tempi brevi gli audaci ribelli al potere
religioso ortodosso.
Ad ogni modo, dopo alcune settimane di snervante attesa (a quanto pare
l’abate si era consultato con i suoi immediati superiori ecclesiastici forse però
preventivamente imbeccati e neutralizzati dai due più potenti personaggi
politici del tempo), alla fine, nonostante i brutti tempi che correvano,
Cudecro, seppure a malincuore, accettò la mia nomina, soltanto chiedeva che
l’opera in questione venisse redatta e consegnata ai frati predicatori al più
tardi entro un anno dal mio ingresso nell’abbazia e che contenesse ad ogni
buon conto accuse taglienti e devastanti contro i terribili catari. A stesura
terminata, poi, si stabiliva di comune accordo che avrei dovuto far ritorno al
convento di origine.
Allettato dalla fama adesso più che mai sinistra di cui godeva Fonts de
Bratin, una mattina presto partii in groppa ad un mulo e dopo un’intera
giornata di faticosa cavalcata raggiunsi infine la mia nuova destinazione
monacale, come già ricordato non molto distante da Beziers, una città ritenuta
uno dei massimi focolai dell’eresia catara, sulla quale non a caso già pendeva
la minaccia tutt’altro che fantasiosa di una sua possibile prossima
occupazione da parte delle armate crociate, che peraltro si sapeva stavano
approntando precisi piani di attacco.
La prima impressione che ebbi varcando la soglia dell’abbazia di Fonts
de Bratin fu talmente sinistra e deprimente da togliermi quasi il fiato dalla
gola. Vi era qualcosa di palpabilmente diabolico in quella sede religiosa,
l’aria che respirai mi parve pregna di un genere di gas atmosferico pesante
mai annusato in vita mia, tanto che quando la massiccia porta di legno
rinforzata da assi di ferro si chiuse dietro di me questa idea si radicò talmente
nel mio animo che involontariamente feci un passo all’indietro come per
ritornare all’aria aperta. Ma ormai mi ero calato in quel mare profondo e ogni
speranza di riemergerne incolume mi sembrò subito vana. I pochi monaci che
mi ricevettero avevano tutti visi emaciati e contriti e apparivano come sotto
l’influsso di una maledizione che insufflasse in loro il più velenoso senso di
disperazione. Mi accolsero di conseguenza con molta, forse calcolata
freddezza, salutandomi appena per non apparire scortesi, dopodiché mi
lasciarono a quanto compresi volentieri in compagnia del portinaio Estino, un
monaco molto avanti negli anni che dopo i soliti vuoti convenevoli e dopo
aver chiesto ad un suo sottoposto di sostituirlo momentaneamente nelle sue
funzioni mi scortò in perfetto silenzio dall’abate Cudecro.
Nell’attraversare l’immensa piazza antistante la chiesa abbaziale e ancor
più osservando le varie sezioni abitative e architettoniche di quel losco
cenobio mi sovvenne inoltre il pensiero di essere penetrato non in un luogo
sacro, sebbene in una specie di territorio neutro in cui fossero sospese per
sempre tutte le più elementari consuetudini umane.
Non appena il portinaio ci lasciò ed ebbi osservato la fisionomia tesa e
corrucciata del rettore dell’abbazia rimasi letteralmente terrorizzato dal grave
e pesante sguardo che subito si posò su di me, si sarebbe detto portasse sulle
spalle una responsabilità di gran lunga superiore a qualsiasi sopportazione
umana. Fu solo una fugace impressione, ma quando l’altro cominciò a parlare
compresi di aver colto nel segno: «Dio vi benedica, frate Favera. In questi
giorni di cupi presagi per l’espandersi velenoso dell’eresia catara e per
l’approssimarsi della valanga dei crociati (che a quanto dicono i miei
informatori è accampata a poche decine di chilometri da qui e aspetta solo che
Innocenzo III dia il suo assenso per rotolare su tutti noi con il suo travolgente
carico di morte) prego il Signore che la vostra venuta qui da noi, anche per la
fama meritata di scrittore cattolico che vi precede, possa arrecarci un pò di
serenità. Ne abbiamo veramente bisogno, ora che sentiamo le nostre vite
appese al filo della Giustizia Divina. È mio compito comunque avvertirvi che
le insidie non vengono solo dall’esterno ma assai più dall’interno stesso di
questa santa abbazia. Anche qui il cancro eretico tenta in ogni modo di
allignare, non so se lo sapete ma io stesso ho dovuto denunciare ai frati
predicatori qualche tempo addietro alcuni monaci dei quali avevo avuto in
precedenza una stima smisurata, evidentemente mal riposta e ripagata. Non
dovete mai scordarlo, il catarismo è un vero flagello diabolico in grado di
scardinare qualsiasi certezza di fede, con le loro teorie blasfeme e
sommamente detestabili questi sedicenti ‘Boni Homines’ stanno distruggendo
in noi persino la forza e la volontà di reagire alla loro deleteria infezione e
poiché a Beziers, che si trova a pochi chilometri da qui, è in atto una guerra
senza esclusioni di colpi tra i molti catari che vi risiedono e un numero
sempre più esiguo di cattolici osservanti chiaramente in disarmo e sulla
difensiva, la cosa non può non allarmarci grandemente, anche per il pericolo
non certo aleatorio di segrete e incontrollabili infiltrazioni e intrighi magari
orchestrati da alti dignitari del potere locale. Non a caso vi debbo ammonire
che la nostra santa abbazia è sotto attenta osservazione del capo-crociato
Arnauld-Amaury e del suo braccio militare Simon de Montfort, a loro volta
esecutori puntigliosi delle direttive perentorie di Innocenzo III, che da quel
che ci risulta ha dato loro mandato di annientare senza alcuna
commiserazione ogni segno di presenza ereticale, comunque e dovunque si
manifesti. Come sapete per aver approfondito le loro dissacranti dottrine,
questi fanatici scervellati proclamano quotidianamente ai quattro venti che il
mondo è opera del Demonio e che persino il Papa sarebbe succube del suoi
voleri malefici, da Lui stesso difatti secondo loro posto sul più alto gradino
della Chiesa affinché corrompa e pervertisca dall’interno il compito vero a lui
affidato da Gesù. Tanti di questi sono finiti sul rogo, ma più ne ammazzano e
più questa compagine satanica si moltiplica, pertanto ci farebbe molto
comodo che voi con i vostri studi ci aiutaste a strappare qualche anima dal
regno delle tenebre. A tal fine, appunto per facilitarvi al massimo
l’adempimento dell’opera che avete in animo di completare, farò in modo che
il mio amico bibliotecario e il suo collaboratore vi forniscano tutti i testi di cui
abbisognerete, soltanto vi consiglierei di non consultarne molti e di accelerare
al massimo la stesura definitiva, cosicché, una volta ultimata, possa essere
consegnata celermente ai santi frati predicatori affinché la utilizzino per
rintuzzare con ancor maggiore vigore l’attacco forsennato diretto a
distruggere i nostri sacrosanti valori cristiani. Vi pregherei inoltre, esimio
frate Favera, di tenere in questa abbazia un comportamento il più austero e
consono possibile alla vostra alta dignità di studioso ortodosso, evitando ad
esempio di esprimere apertamente le vostre idee e convinzioni, anche le più
inattaccabili dal punto di vista dottrinale, dappoiché in questo clima di terrore
eretico non si può mai sapere in che modo venga interpretata anche la più
semplice e banale affermazione. Per quanto poi attiene al problema della
biblioteca, debbo purtroppo rivelarvi, come sanno tutti i monaci di questa
abbazia, che anche a voi è vietato l’accesso all’interno dei suoi locali. Non
dovete prendere questo divieto come una limitazione ai vostri studi, del resto
come vi ho detto il bibliotecario Krutick è a vostra completa disposizione per
qualsiasi richiesta libraria gli vogliate proporre. Per quanto riguarda inoltre le
vostre mansioni e il vostro “status” in questa abbazia, vi concederò in via
eccezionale di poter usufruire dello scriptorium come meglio vi aggrada,
ovviamente all’interno degli orari stabiliti. A tale scopo vi dispenserò dal
partecipare ad alcuni riti liturgici, naturalmente per non distogliervi troppo dal
compito per il quale siamo onorati di ospitarvi. Nello scriptorium passerete
dunque gran parte delle giornate, coadiuvato come detto da Krutick e dal suo
assistente Scorselli, ed è lì che mi aspetto da voi un comportamento
irreprensibile che valga di esempio per gli altri monaci copisti, miniatori e
studiosi. Una volta alla settimana, ancora, oppure quando voi me lo
chiederete, vi darò la facoltà di recarvi a Beziers insieme ad altri monaci i cui
nominativi ve li farò conoscere in anticipo, sia per monitorare per conto
dell’abbazia il grado di infezione raggiunto dal catarismo e sia soprattutto per
consentirvi di prendere appunti di prima mano sulle tematiche che più vi
stanno a cuore. Sarebbe superfluo sottolineare che se per caso riusciste ad
individuare qualche pericoloso eretico siete tenuto a comunicarmelo in tempo
affinché io possa a mia volta avvertire chi di dovere per le dovute
contromisure, anche se sono convinto che questi focosi agitatori hanno
proprio a Beziers grandi protettori che difficilmente li lasceranno arrestare.
Buon lavoro, frate Favera, che Dio vi assista e non vi faccia mancare la Luce
della Sua Verità.»
Non appena ebbe finito di pronunciare questa sorta di comunicazione
soliloquiale nella quale non volli o seppi interloquire per non apparire troppo
permaloso e impiccione in un ambiente nel quale a quanto capivo ero stato
accolto solo in conseguenza di forti pressioni morali e politiche, al suono di
una campanella azionata dall’abate comparve di nuovo la figura allampanata
del portinaio Estino, al quale l’altro ordinò di condurmi nel refettorio per
rifocillarmi e quindi di accompagnarmi nella cella che mi era stata destinata.
Lì passai una notte insonne come mai mi era capitato. Pensieri cupi andavano
e venivano nella mia mente senza che riuscissi neppure per un momento a
scacciarli. Pensavo a quelle strane dicerie diffuse forse ad arte sulla presenza
di libri particolarmente minacciosi in una qualche abbazia della Linguadoca,
al fosco presentimento che proprio di Fonts de Bratin si poteva trattare, alla
circostanza quanto mai allarmante e significativa che le armate crociate erano
appostate a poche decine di chilometri da Beziers e quindi dall’abbazia (la
qual cosa non faceva altro che rendere quanto meno attendibili i sospetti
poc’anzi riferiti) e infine mi soffermai sul divieto espressomi da Cudecro di
accedere di persona nei locali della biblioteca abbaziale, un divieto che se da
un lato si poteva spiegare con esigenze puramente funzionali e organizzative,
dall’altro invece veniva a confermare in maniera quanto mai lampante che
qualcosa di assai losco si nascondeva nei suoi recessi. Il timore di essere
pervenuto in una specie di allarmante buia caverna con al centro una trappola
mostruosa e invisibile si insinuò pian piano nel mio cervello fino a non darmi
più pace, tant’è che cominciai a dubitare seriamente dell’impostazione
filosofica che stavo imprimendo al mio Tractatus contra Catharos. E se
quelle dicerie fossero davvero fondate? Se nella biblioteca di Fonts de Bratin
ci fosse davvero un testo segreto in grado di inficiare la bontà delle mie idee
contro la presunta eresia? Perché la Chiesa sembrava di proposito aver
concentrato le sue armate su Beziers e quindi sull’abbazia quando tutti
sapevano che i centri politici e morali più agguerriti del catarismo erano Albi
e Tolosa? Non riuscivo assolutamente a dirimere tutti questi oscuri dilemmi e
solo lo squillare del campanello che annunciava le Laudi mi riportò alla
realtà. Era sorto il mio primo giorno da straniero nell’abbazia.
Il primo vero impatto con i miei nuovi confratelli si rivelò subito assai
problematico. Solo due o tre monaci mi dettero il benvenuto, gli altri mi
salutarono in silenzio con un breve cenno del capo, quasi non mi
conoscessero; eppure dovevano pur sapere chi ero, assodato il fatto che il mio
priore aveva spesso parlato di me e dei miei studi estremamente ortodossi (in
mia presenza) durante le saltuarie riunioni capitolari del nostro ordine proprio
a Fonts de Bratin. La cosa mi parve subito quanto meno insolita. Cudecro li
aveva forse preventivamente informati sul significato del mio arrivo
ordinando loro di comportarsi in quel modo? Ritenevano in conseguenza la
mia missione non proprio indispensabile visto il clima funesto nel quale
veniva ad inserirsi?
Quando poi misi piede per la prima volta nello scriptorium fu come
cadere dalla padella nella brace. Non appena presi posto al mio tavolo i miei
occhi caddero involontariamente su Krutick, il bibliotecario. Era appostato
come di guardia su una specie di scranno vicino alla porta della biblioteca e
trapassava tutti con uno sguardo si sarebbe detto minaccioso. Nella mia mente
passò per un momento l’idea che quell’uomo fosse persino in grado di leggere
telepaticamente i nostri pensieri. Niente sembrava al di là delle sue per me
presunte prerogative sul filo del magico. Non nascondo che quella sensazione
mi scosse non poco e istintivamente riandai alle parole riferitemi da Cudecro
secondo le quali quell’uomo era stato messo a mia completa disposizione. Era
mai possibile instaurare un dialogo con una persona del genere, quando
neppure si era alzato per venirmi incontro a porgermi il benvenuto? O si
aspettava che fossi io a rompere il ghiaccio? Non ebbi il coraggio di farlo,
anche perché dall’interno dei locali della biblioteca apparve all’improvviso
l’assistente Scorselli con due volumi per i quali chiese a Krutick
l’autorizzazione di farmeli consultare. Il bibliotecario sfogliò svogliatamente i
testi e con un cenno di assenso consentì a Scorselli di portarmeli. Erano scritti
in verità pertinenti alle tematiche da me trattate, ma che in realtà avevo letti
già una decina di volte nel convento di Carcassona da cui provenivo.
Richiamai pertanto cortesemente Scorselli e gli feci notare l’inconveniente,
affermando tra l’altro che in base al catalogo fattomi pervenire a suo tempo a
Carcassona risultava che nella biblioteca di Fonts de Bratin dovevano esserci
dei volumi assai più impegnativi sul catarismo. Gli enunciai gli autori, i titoli
relativi e la data di produzione e miniazione e con questa informazione
Scorselli tornò da Krutick riferendogli il mio appunto. Il bibliotecario a questo
punto farfugliò qualcosa all’orecchio del suo collaboratore, dopodiché questi
venne subito a spiegarmi che nonostante tutto la mia richiesta non poteva per
il momento essere esaudita, poiché nella sezione dove si trovavano i volumi
da me desiderati stavano procedendo all’inventario e quindi non potevano
momentaneamente essere visionati né tantomeno consultati.
Le giornate susseguenti passarono come le precedenti. Proponevo a
Scorselli una lista di testi da studiare e questi, puntualmente, me ne recapitava
solo alcuni, promettendomi comunque che col tempo si sarebbe potuta
soddisfare ogni mia richiesta. Della cosa ne parlai alcune volte con Cudecro,
ma questi mi tranquillizzò consigliandomi di mantenere la calma e di avere
fiducia, Krutick era un uomo di grande esperienza e forse prima di aprirmi del
tutto lo scrigno dei tesori librari della biblioteca voleva sincerarsi a fondo
delle mie vere intenzioni di studioso. Questo per lo scriptorium. Per quanto
riguarda le altre ripartizioni dell’abbazia le cose non andarono di certo
meglio. Ad esempio, ogni volta che mi sedevo nel refettorio oppure al mio
posto durante le funzioni delle Laudi e della Compieta si verificava
puntualmente che almeno un posto a destra e a sinistra del mio restava
stranamente vacante, una circostanza chiaramente ostile che suscitava in me
le più cupe interpretazioni. Anche nel chiostro, per diversi mesi, venni
lasciato da solo a meditare sulla mia opera, come se si volesse di proposito
creare attorno a me il vuoto della solitudine, nella speranza forse che questa
situazione artificiale di indifferente ostracismo riuscisse a frenare in qualche
modo le mie velleità intellettuali. Questi inauditi atteggiamenti nei miei
confronti divennero ad un certo punto così insopportabili nel mio animo da
scuotere persino la mia ferrea capacità di dominare le mie passioni e i miei
sentimenti, tanto che durante le veglie nella mia cella alla luce della lanterna,
mentre ero intento alla compilazione di numerosi appunti sull’opera che
anelavo con estrema determinazione di redigere, avevo a volte l’impressione
di essere osservato dallo spioncino, un’ossessione certamente, che comunque
trovò una notte riscontro nella realtà allorché, aprendo di scatto l’uscio della
cella, vidi un monaco scappare velocemente lungo il corridoio del dormitorio.
L’evento che ruppe finalmente il ghiaccio nei miei rapporti quanto meno
con alcuni monaci si verificò allorché un giorno, avendo chiesto come era nei
patti di poter visitare Beziers, Cudecro in persona mi comunicò che
l’indomani mattina il mio desiderio sarebbe potuto essere esaudito senza
difficoltà. Avrei potuto uscire insieme a due altri monaci, Scorselli che già
conoscevo (sostituito per quel giorno nelle sue mansioni) e un certo Tosegi,
un giovane frate che nell’abbazia svolgeva la funzione di erborista insieme al
collega Monlaver. Non so perché a quel tempo la scelta cadde proprio su quei
due monaci che erano destinati a diventare i miei più appassionati ed
entusiasti ammiratori ed alleati, fatto sta che il giorno dopo, alle otto in punto,
eravamo già in marcia verso la vicina Beziers. Durante il breve tragitto a piedi
ebbi finalmente la conferma che non tutti nell’abbazia mi aborrivano.
Scorselli si dimostrò il più vivace, mi chiese se davvero ero deciso a portare a
compimento l’opera anticatara fino alla divulgazione, volle ed ottenne
addirittura che gli accennassi alcuni capisaldi del mio pensiero antieretico
(cosa di cui mi pentii subito), al ché ricordo che l’altro, scatenando per la
prima volta dentro di me il sospetto che poteva trattarsi di un simpatizzante
cataro infiltrato nell’abbazia, se ne venne fuori con una riflessione direi
sibillina: «Carissimo frate Favera, dovete stare molto attento
nell’elaborazione delle vostre teorie a quanto vedo alquanto cattoliche ed
ortodosse, del resto non c’è poi tanta fretta, è necessario meditare tutto con la
massima perspicacia e arguzia d’ingegno, specie alla luce di queste incredibili
e spaventose mormorazioni popolari secondo le quali i catari sarebbero a
conoscenza di documenti segretissimi che avvalorerebbero senza ombra di
dubbio le loro dottrine e le loro convinzioni.» Tosegi assentì in silenzio
lanciandomi uno sguardo penetrante nella cui intensità riuscii a leggere molto
più delle parole appena pronunciate da Scorselli. Io non credetti opportuno
ingolfarmi in un dialogo così pieno di insidie, del resto conoscevo così poco i
due che non me la sentivo di riporre in loro la mia fiducia, a non tenere conto
del fatto che potevano essere stati scelti da Cudecro e Krutick per controllare i
miei movimenti fuori e dentro l’abbazia. Ma qui, come si dimostrerà in
seguito, mi sbagliavo di grosso. Cudecro e Krutick non sapevano neppure
lontanamente chi fossero i due e alle dipendenze di chi lavorassero.
Accelerai dunque il passo come non avessi sentito e percepito alcunché
delle parole e dello strano atteggiamento dei miei accompagnatori e proprio
quando eravamo ad un tiro di lancia dalle mura di Beziers successe un altro
evento che mi fece subito comprendere che attorno alla mia persona si
stavano focalizzando interessi e pressioni che per il momento non riuscivo
ancora bene ad inquadrare e sviscerare.
Eravamo come detto vicino le mura di Beziers allorché un piccolo
drappello di soldati del Visconte di Trencavel ci fermò con affettata cortesia,
a me personalmente mi fecero auguri vivissimi per la riuscita dei miei conati
intellettuali, mi dettero il benvenuto e alla fine ci confermarono che avevano
ricevuto l’ordine di scortarci in città. Come sapevano della nostra visita e del
fatto che stavo compilando un’opera? Non vi potevano essere dubbi, qualcuno
nell’abbazia aveva fatto filtrare la notizia del mio arrivo a Beziers insieme alla
mia vera identità. Ma chi? Dovevo accettare la cortesia di quella proposta?
Alla fine, dopo molte indecisioni, mi parve assai poco onorevole rifiutare
quella gentilissima offerta e così entrammo a Beziers. La città pareva un vero
e proprio formicaio. Ovunque vi erano barattieri, poveri artigiani davanti alle
loro maleodoranti botteghe, tessitori di lana, punti di ritrovo con capannelli di
cinque-sei persone che discutevano animatamente sulle conseguenze di una
probabile prossima invasione crociata, decine e decine di malnutrite lavandaie
che stendevano al filo i loro panni e infine la mia attenzione si fermò sul
numero impressionante di armati che a cavallo o a piedi controllavano il tutto.
Mentre osservavo questo parapiglia, il capo del drappello mi fece notare che
mi stava chiamando un uomo a circa dieci metri da noi. Io mi avvicinai alla
persona indicatami e nello stesso tempo fui alquanto colpito dalla coincidenza
che proprio mentre mi spostavo dall’altra parte della via i soldati nostri
protettori fortuiti si stavano allontanando in tutt’altra direzione, finché si
dileguarono in mezzo alla folla brulicante. Era un altro elemento da non
sottovalutare, mi dissi mentalmente un pò prima che il signore che ci aveva
pregati di avvicinarci dichiarò sorridendo che gli avremmo fatto un grande
piacere se solo ci fossimo degnati di visitare la sua cara figlia trentenne
moribonda.
Fu una delle scene più traumatiche cui abbia mai assistito in vita mia, una
scena talmente conturbante che per lunghi decisivi minuti di angoscia mi
chiesi che senso avessero i miei studi contro i catari quando questi erano
capaci di sfidare addirittura il più potente dei sentimenti umani: l’istinto di
sopravvivenza. Si trattava di un caso eclatante di Endura, un rito cataro
radicale ed esiziale per cui la prescelta, in questo caso una ragazza di rara
bellezza, si sottoponeva volontariamente ad una morte atroce per inedia,
un’azione per gli eretici alquanto meritevole e ritenuta essenziale per
sciogliere definitivamente i legami con la materia da essi considerata di
origine diabolica.
Entrati in una casa spoglia, il padre della ragazza che aveva attirato la
nostra attenzione, incomprensibilmente felice per l’imminente morte della
figlia, ci condusse in una stanzetta appartata occupata interamente e soltanto
da un letto, sul quale giaceva ormai quasi esanime la presunta ‘eletta’. Non
nascondo che quando la vidi alcune lacrime rigarono il mio volto, lacrime che
divennero ancor più copiose quando udii le parole strascicate provenienti
faticosamente dalla bocca della vittima, che diceva continuamente di voler
morire, solo morire, non ritenendo di aver più nulla da chiedere ad una vita
assurda e crudele. Istintivamente, com’era nelle mie funzioni ma anche per un
senso di profonda compassione, mi avvicinai di più all’agonizzante e le feci il
segno cristiano più distintivo: «In nomine Patris et Filii et Spiriti Sancti,
amen.» Fu qui che all’improvviso irruppe burbero nella stanza lo zio paterno
della vittima, che senza tanti preamboli mi apostrofò in malo modo,
definendomi un «servo del Demonio» e di «quel Satana di Innocenzo III».
Quindi, forse offeso dal fatto che nonostante tutto la mia calma restava
irremovibile, rincarò la contumelia: «Via di qui, non infettate quest’umile
stanza con la vostra indegna presenza. Non abbiamo bisogno di voi. Mia
nipote andrà in Paradiso anche senza la vostra blasfema benedizione.»
Nonostante il nostro cortese ospite cercasse di rabbonire il fratello, non ci fu
nulla da fare, dovetti sloggiare da quella casa e anche in fretta, inseguito dalle
dichiarazioni di umiliazione del genitore della morente che si scusava
vivamente col sottoscritto e con i miei colleghi monaci dell’imprevisto.
Quando fummo sulla soglia di casa, però, mi sentii letteralmente gelare il
sangue nelle vene quando ascoltai quanto mi fu rivolto gravemente: «Frate
Favera, perdonate mio fratello e tutti noi catari, so chi siete, la vostra fama di
umile studioso è giunta anche da noi, appunto per questo vi chiedo di aprire la
vostra mente e il vostro cuore e di riflettere seriamente su quello che avete
visto. Mia figlia morirà, forse oggi, forse domani. Ma anche voi un giorno
morirete, è una condanna inappellabile per chiunque nasca in questo mondo di
tenebre, anche Cristo in un certo senso è andato volontariamente incontro alla
morte in segno di dispregio del mondo e delle cose terrene e anche Lui
sapeva, per averlo scritto o detto da qualche parte, che la morte da sé stessi
cagionata è una delle più potenti testimonianze che un uomo può dare per
dimostrare l’estrema malvagità di questa natura spietata e demoniaca che ci fa
venire al mondo solo allo scopo di illuderci e rovinarci per sempre l’anima.
Arrivederci e che Dio vi illumini sulla strada della Verità.»
Non appena lo sconosciuto terminò di pronunciare questa specie di
allocuzione abbastanza distintiva del modo di credere e di esprimersi dei
catari ed ebbi subito dopo penetratala a fondo fin nei minimi dettagli fui
immediatamente catapultato in una sorta di terremoto intellettuale molto
intenso, specie quando fermai nella mente l’inquietante allusione appena
dichiarata a proposito di frasi o addirittura opere sconosciute di Cristo, che
andavano a rafforzare dentro di me il tremendo presentimento che le dicerie di
cui abbiamo più volte fatto cenno potevano davvero adesso avere un
fondamento più che mai reale e razionale, un elemento nuovo che del resto si
inseriva alla perfezione nel contesto e nelle dinamiche misteriose nelle quali
era maturata quella visita a Beziers e in generale il mio stesso trasferimento a
Fonts de Bratin.
Quello che successe durante il breve viaggio di ritorno strappò stavolta
definitivamente ogni velo alle mie residue perplessità; Scorselli e Tosegi si
mostrarono visibilmente contenti e soddisfatti dell’ispezione di Beziers, mi
spronarono ancor più a scavare nei meandri della ‘presunta’ eresia catara e mi
consigliarono se non fosse il caso di verificare cosa si nascondesse davvero
nei più reconditi recessi della biblioteca di Fonts de Bratin, affermazioni,
queste (specie perché pronunciate direttamente da uno che della biblioteca
doveva pur sapere qualcosa), che finalmente chiarivano in maniera
inequivocabile la vera identità di quelle due strane creature.
A dimostrazione che le mie congetture erano alquanto vicine alla certezza
assoluta, dall’indomani mattina potei sperimentare un cambiamento radicale
nel comportamento non solo di questi due monaci ma addirittura di almeno
altri quattro che prima non avevano osato neppure sfiorarmi con lo sguardo.
Tutto divenne ancor più lapalissiamo quando un giorno, mentre passeggiavo
da solo nel chiostro, dopo che un gruppetto di monaci mi aveva cortesemente
riverito addirittura con un inchino, mi passò accanto Scorselli e mentre
lentamente mi sorpassava come per non dare nell’occhio mi chiese se davvero
sapevo leggere la scrittura aramaica. Alla mia risposta affermativa si fece il
segno della croce sparì in un batter d’occhio. Forse era il segnale che
attendeva. Nel refettorio e nell’oratorio, poi, venni fatto segno per diverso
tempo di apparentemente inspiegabili ammiccamenti, sia da parte di Tosegi e
Scorselli e sia adesso anche di Monlaver (come detto collaboratore erborista
del primo) e persino dal più anziano dei monaci, un ottantenne mezzo cieco di
nome Rimotrus, da quanto seppi in seguito il più addentro nei segreti
ubicazionali dei passaggi sotterranei dell’abbazia.
Ma era Scorselli il monaco che più mi marcava da vicino. Egli, che con
gli altri confratelli manteneva un rapporto molto freddo e guardingo,
cominciò difatti a farsi nei miei confronti sempre più gentile e ossequioso e
più passavano i giorni e le settimane e più notavo che la sua spavalderia,
invece di regredire, si faceva sempre più smaccata e disinibita, specie quando
restavamo da soli nello scriptorium lontani dallo sguardo conturbante di
Krutick. Io non sapevo più a quale Santo rivolgermi per calmare i suoi
disordinati e avventati approcci, fatto sta che dopo ben sette-otto mesi di
permanenza nell’abbazia (quando ormai lo avevo imprudentemente avvertito
che mancavano pochi giorni alla stesura definitiva del mio trattato anticataro)
ad un certo punto mi accorsi inorridito che il comportamento dell’aiutante
bibliotecario dava segnali evidenti di straripazione incontenibile, quando mi
parlava ogni tanto inframezzava nei suoi discorsi allucinati addirittura qualche
battuta di dubbio gusto, nell’evidente ormai convincimento di poter smuovere
la mia ritrosia accendendo nel mio animo la curiosità di conoscere in
profondità la ragione vera di questo suo atteggiamento più che amicale. Più ci
pensavo e più mi fortificavo nell’idea che Scorselli si comportava in quel
modo per un fine ben preciso, forse da mettere in relazione con la mia fama di
esperto conoscitore della lingua aramaica parlata a suo tempo da Gesù, una
conoscenza linguistica non comune in quel periodo che probabilmente il
bislacco monaco (come dimostrava il circospetto abboccamento nel chiostro
quando si era voluto sincerare di questo delicatissimo particolare) intendeva
sfruttare per i suoi inquietanti raggiri. Cominciai subito a capire che Scorselli
mi nascondeva qualcosa di molto grande, un’evenienza che non prometteva
nulla di buono ma che era mio dovere verificare se davvero tenevo alla Verità.
Del resto l’aver visto quella bella ragazza di Beziers darsi la morte in quel
modo aveva acceso in me un’ansia incontenibile di conoscere su quali abissali
fondamenti era radicata la dottrina e la fede catare.
Ne ebbi infine la riprova più eclatante quando una notte, approfittando
della circostanza che Monlaver aveva ricevuto l’incarico turnale di vigilare
sulla sicurezza notturna dell’abbazia, me lo vidi presentare quanto mai
nervoso e corrucciato nella cella con un grosso codice miniato che riportava
l’opera di un antico scrittore latino di nome Balonimo mai sentito nominare,
nella quale si criticavano aspramente le tesi dottrinali e filosofiche del grande
e pericoloso eretico Marcione. Il codice, disse Scorselli, lo aveva trafugato di
nascosto dalla biblioteca in circostanze rocambolesche, talché doveva
consegnarlo al più presto prima che qualcuno desse l’allarme. Il volume aveva
quasi nel centro una specie di segnalibro e quindi fu giocoforza aprirlo
proprio in quel punto, evidentemente l’aiuto-bibliotecario mi stava
proponendo una traccia. Lessi raccapricciato quanto segue: “Marcione
sostiene di aver consultato testi segreti che sarebbero stati scritti da persone
molto vicine a Gesù Cristo, testi nei quali si affermerebbe che la teoria della
creazione diabolica da lui sostenuta poggia su basi dottrinali che si debbono
far risalire direttamente al Figlio Unigenito di Dio. Ma questa non può essere
che una bestemmia, sia perché di questi supposti testi non è rimasta alcuna
traccia e sia soprattutto perché, assodato il fatto che Gesù è il Figlio di Dio,
come potrebbe il Salvatore pensare e dichiarare che il mondo sia stato creato
da altri che non fosse Dio Stesso Suo Padre?” Era un passo letteralmente
agghiacciante per le evidenti implicazioni eretiche che ne scaturivano, un
passo che non avevo mai letto da nessun’altra parte dei tanti volumi da me
consultati e ne rimasi talmente costernato che in preda ad un incipiente
attacco di vertigine chiusi di scatto quel tomo diabolico e lo porsi
nervosamente nelle mani dell’enigmatico monaco. Questi, contrariamente a
quanto mi sarei aspettato, si sedette davanti al mio letto e cominciò a
raccontarmi della sua fanciullezza, delle sue peripezie familiari che lo
avevano indotto a calzare gli indumenti monacali, della sua smania filosofica
di pervenire alla Verità Ultima del perché del Male nel mondo e dei suoi studi
ossessivi in proposito. Ma a un tratto i suoi lineamenti si fecero cupi oltre
ogni dire, prese a tremare come un bambino e dopo essersi accertato che
Monlaver vigilasse attentamente sul nostro conciliabolo notturno, con gli
occhi fuori dalle orbite mi confidò che non c’era più tempo da perdere,
dovevo decidermi una buona volta a buttare alle ortiche i miei studi
antieretici, era venuto infatti per una questione di vitale importanza che non
ammetteva remore, anche perché, specificò, aveva saputo che le armate
crociate erano ormai ad un passo dal fare scattare la loro tremenda molla di
morte e distruzione e forse proprio su Fonts de Bratin e Beziers. Qualcuno di
molto in alto, forse lo stesso Innocenzo III, avrebbe scoperto proprio quel che
lui presumeva di sapere e che aveva in animo di rivelarmi.
E così cominciò a raccontarmi una storia che era destinata a scagliarmi
per sempre nel più tenebroso degli orrori. Per prima cosa mi pregò di riflettere
se non fosse il caso a questo punto di bruciare quanto avevo in animo di
rendere pubblico, tutto ciò che scrivevo mancando appunto dell’unico
riferimento documentale che mi avrebbe schiarito le idee e d’altronde il
momento di scontro terrificante tra il catarismo e il cattolicesimo esigeva il
massimo della concentrazione filosofica, poiché si era dinanzi a
problematiche così spaventosamente ciclopiche per la cui comprensione non
bastavano più le interpretazioni più o meno critiche dell’eresia, ci voleva uno
sforzo sincero e genuino se si voleva davvero pervenire al nocciolo della
questione diabolica sollevata dai catari, poiché qui non era in gioco la fede ma
la Verità con la V maiuscola. E la Verità era che i catari avevano
fragorosamente scoperchiato l’orribile dilemma che già tormentava a suo
tempo il grande Sant’Agostino: “Si Deus est, quia Malum?” Qui non si
trattava di essere a favore o contrari agli eretici, a lui premeva soltanto
scoprire quali enormi segreti si celassero all’interno delle loro argomentazioni
e da che cosa traessero la lugubre convinzione che il mondo non fosse stato
creato da Dio, sebbene dal Diavolo. Mi consigliò poi di fare molta attenzione
al clima di delazione instauratosi nell’abbazia, per cui mi metteva in guardia
contro intrighi e complotti in grado di nuocere persino alla mia incolumità
fisica, era venuto infatti a conoscenza che l’abate in persona aveva ordinato
segretamente ad alcuni monaci ‘cattolici’ di controllare il mio lavoro
intellettuale e le mie frequantazioni dentro e fuori l’abbazia, per la quale
circostanza dichiarò che quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta che
osava penetrare di nascosto nella mia cella. Forse qualcuno mi aveva tradito,
forse avevo fatto involontariamente e velatamente delle strane allusioni sui
contenuti profondi dell’eresia catara parlando di sfuggita con qualcuno dei
monaci, forse qualche spia di Beziers, durante le mie saltuarie escursioni in
quella città, mi aveva sentito dialogare in maniera non proprio ortodossa con
strani personaggi che ne avrebbero informato subito l’abate, forse lo stesso
Raimondo-Ruggero di Trencavel si era esposto in mia difesa pregando
Cudecro di aprirmi una buona volta lo scrigno segreto della biblioteca, fatto
sta che la mia vita era adesso in serio pericolo, anche se egli, vista la sua
decennale amicizia con l’abate e con Krutick, si sarebbe adoperato
energicamente per smontare tutte queste mormorazioni a mio sfavore.
S’infervorò talmente nelle sue tumultuose dichiarazioni arrivando a rivelarmi
che in realtà il divieto di accedere nei locali sotterranei della biblioteca
nascondeva una motivazione così mostruosa sulla quale poteva avanzare
soltanto ipotesi, una comunque più spaventosa dell’altra. Fra l’altro, precisò,
quel divieto, contrariamente a quanto si sapeva o si dava a credere, riguardava
non solo me e lui, ma persino Krutick, il bibliotecario, responsabile solo
dell’entrata, poiché nei sotterranei vi sarebbero dei o almeno un locale
inaccessibile a chiunque, forse sinanche all’abate stesso, un elemento
tenebroso che lo tormentava da anni impedendogli il sonno. Io dissi che non
capivo e lo pregai di delucidarmi a proposito di questi supposti sotterranei nei
quali si dipanava la biblioteca. Ovviamente, nessuno mi aveva ancora
accennato che i testi si trovassero nel sottosuolo. L’altro allora mi spiegò
concitatamente che subito dopo la porta d’ingresso della biblioteca si diparte
una scala di pietra che scende a spirale attorno ad una sorta di cono
capoverso, con appunto sette pianerottoli che immettono nelle rispettive
sezioni. Le prime sei apparentemente accessibili, ma non la settima. Ogni
ingresso alle sezioni ha poi un custode, ognuno di gran lunga più potente di
Krutick, ed è a questo custode che il bibliotecario propone tramite la sua
intercessione i testi da portare in visione nello scriptorium. Egli dunque
conosceva di persona tutti i custodi, ma non era mai potuto entrare in alcuna
sezione poiché, quando lui presenta la richiesta di Krutick, il custode della
sezione relativa chiude subito la porta pregandolo di aspettare il tempo
necessario per l’individuazione del volume preteso. Egli pertanto era solo un
tramite tra Krutick e i custodi. Ma una volta che era sceso nell’ultima sezione
al sesto piano sotterraneo, mentre come al solito il custode era andato dentro a
compulsare gli scaffali, lo aveva colpito il particolare sul quale prima aveva
sempre sorvolato che a coprire lo spazio sottostante era stata creata una sorta
di soletta di tavole in verità un pò usurate e malamente rabberciate, attraverso
le cui fessure si era accertato che la scalinata scendeva ancora. E così un
giorno aveva deciso di sfidare la sorte. Aiutato dal suo amico erborista Tosegi
e dal suo collega Monlaver (lo stesso che in quel momento era fuori a
garantire l’assoluta segretezza del nostro incontro), con una scusa che poi non
era veramente tale era sceso di sotto portando con sé una tazza di un
calmante da propinare al custode del sesto piano gravemente raffreddato, nel
quale liquido i due erboristi avevano mescolata una piccola ma congrua
pozione di un sonnifero in grado di addormentare quanto meno per un’ora
persino un elefante, senza che la vittima riuscisse a rendersi conto di nulla al
risveglio, e così, divelte alcune tavole, era riuscito a penetrare nello spazio
sottostante, e giunto al termine della scalinata aveva potuto toccare con mano
che laddove vi era in precedenza la stessa porta di legno comune a tutte le
sezioni (gli stipiti, disse, apparivano ancora seppure di poco) era stato
incastonato un poderoso blocco di pietra accuratamente murato e quindi del
tutto inamovibile. Mi disse quindi che, se lo avessi gradito, egli si sarebbe
adoperato per mettermi in contatto con un monaco che a quanto gli era dato di
sapere era a conoscenza di un passaggio segreto per giungere per altra via
nell’ultimo locale al settimo piano sotterraneo della biblioteca, un passaggio
che lui stesso si sarebbe premunito di farsi rivelare dall’interessato e che si
sarebbe potuto utilizzare nel caso se ne fosse presentata l’occasione e la
necessità. Facendomi giurare che non l’avrei tradito, affermò in ultimo che i
piani per giungere in quel locale diabolico stavano per essere approntati
direttamente da alcuni notabili catari di Beziers e che si aspettava solo un
segnale per intervenire. Dovevo dunque tenermi pronto a qualsiasi evenienza.
Ascoltavo quelle rivelazioni e di colpo mi parve di essere stato
scaraventato in un regno alieno popolato da spiriti e démoni. Un fremito mi
corse su tutta la pelle. Credetti di essere non in un’abbazia, ma in un vero e
proprio inferno. Perché Scorselli si era tanto fidato di me da spifferarmi senza
peli sulla lingua tutto quanto precede? Non vi erano più dubbi, egli teneva alla
mia amicizia fino allo spasimo, ritenendo a questo punto indispensabile la mia
collaborazione nell’ambito degli arditi programmi approntati dai catari per
mettere le mani su qualcosa di assai grosso presente in quel locale
apparentemente impenetrabile al settimo piano sotterraneo della biblioteca.
Quel fiume in piena sembrava non dovesse mai finire, ma all’improvviso
apparve alla porta Monlaver e ci informò che nelle vicinanze c’era qualcuno
in giro e che era meglio troncare subito la conversazione. Scorselli, come
colto da un raptus, afferrò di colpo il codice di Balonimo, si diresse veloce
verso la porta e si dileguò, mentre io, turbato sin nei precordi, andai a
chiudere la porta della cella e mi addormentai negli incubi.
Passarono altri mesi di assoluto tran-tran quotidiano, quando finalmente
qualcuno, a Beziers, decise di passare all’azione, facendomi pervenire tramite
Scorselli la notizia che nel corso della mia prossima missione in questa città
mi avrebbero fatto toccare con mano qualcosa di tale capitale importanza che
avrebbe scacciato ogni altro mio possibile tentennamento, anche perché i
crociati erano ormai accampati a poche centinaia di metri da Fonts de Bratin e
minacciavano da un momento all’altro di penetrarvi.
Ero uscito questa volta da solo verso Beziers (si era già ai primi del
fatidico Luglio 1209 e nonostante la minaccia incombente dell’assalto
crociato, Cudecro, che forse già sospettava qualcosa sul mio conto, mi aveva
incomprensibilmente dato l’ennesimo assenso di uscita). Evidentemente
qualcuno nell’abbazia aveva fatto trapelare la data e l’ora esatta della mia
ultima missione a Beziers, poiché, non appena varcai le mura della città
(ormai del tutto militarizzata per parare i colpi dell’occupazione ritenuta
ormai imminente), fui subito preso in consegna da quattro notabili catari con
alla testa una donna di nome Elma, la quale, con molta circospezione, mi
disse cortesemente che era giunta l’ora delle decisioni irrevocabili e così mi
condusse all’interno di una vecchia carrozza trainata da cavalli smunti e
ossuti, che dopo una decina di minuti di rumoroso sferragliare si fermò
davanti a quella che aveva tutta l’aria di essere una vecchia e polverosa
biblioteca cittadina ma che in realtà era uno dei più importanti centri di
raccolta di testi segreti catari. Avanzammo lungo uno stretto e maleodorante
corridoio e dopo essere scesi nei sotterranei attraverso una buia scalinata
penetrammo infine in un grande locale illuminato a giorno da una serie di
lanterne poste su piccole mensole in alto nei muri, un locale completamente
occupato da cataste e cataste di pergamene, papiri ed altri reperti documentali
di chissà quale provenienza. La donna mi fissò a questo punto con uno
sguardo alquanto severo e mi chiese se ero pronto a dare una mano alla causa
dei catari. Io assentii automaticamente, al ché mi domandò se avevo mai
sentito parlare di un certo Serenico. Alla mia risposta negativa, ella trasse dal
mucchio disordinato di documenti, aiutata in questo dai suoi tre collaboratori,
un vetusto volume di tavolette mezzo sbrindellate dal tempo e dai topi, nel
quale, a firma appunto del citato Serenico, scrittore greco vissuto tra il 110 e il
170 dopo Cristo, era scritto che egli era venuto a conoscenza di un papiro
misterioso che giurava di avere scoperto in un monastero segretissimo
costruito dentro una grande grotta nelle immediate vicinanze di
Costantinopoli, portato colà di nascosto almeno mezzo secolo prima da San
Giovanni Evangelista, che l’avrebbe consegnato all’archimandrita con
l’ordine di custodirlo gelosamente. Gesù, l’estensore divino di tale prezioso
documento, l’avrebbe affidato al suo amato discepolo poco prima di essere
arrestato dalle guardie del Sinedrio, con lo scopo dichiarato di evitare che
cadesse in mani profane e fosse conservato in un posto sicuro affinché
resistesse al passare dei secoli e fosse tramandato intatto alle generazioni
future. A questo punto Elma mi pregò di seguirla in un altro punto di quel
labirinto documentale e da un fascio di missive riposte in un cassetto di legno
ne tirò una e me la mise in mano: si trattava di una lettera redatta più o meno
cinque anni prima da un cavaliere della Provenza di nome Savilani, il quale
affermava di essersi impossessato durante l’assedio di Costantinopoli di un
papiro redatto da Cristo in persona e di averlo portato in regalo al vescovo
cattolico di Tolosa, il quale, forse sottovalutandone l’autenticità o forse
talmente spaventato dall’idea di tenerselo per sé, secondo le loro conoscenze
pressoché certe l’avrebbe consegnato poco tempo dopo all’abate Cudecro di
Fonts de Bratin con la preghiera di tenerlo nascosto e di non farlo mai vedere
ad anima viva, per evitare che il documento, vero o falso che fosse, cadesse in
mani improprie e scatenasse un putiferio che non avrebbe fatto altro che
aggravare una situzione già di per sé fortemente degradata e foriera di sfociare
in un bagno di sangue. Il papiro esponeva la dottrina di Gesù sui misteri
demoniaci della creazione ed era dedicata appunto a San Giovanni
Evangelista suo discepolo, l’unico ritenuto da Lui degno di recepirla in
profondità.
«Capite adesso dove vogliamo andare a parare!?» esclamò e domandò a
un tempo a questo punto Elma e continuò: «Quel manoscritto si trova nella
vostra abbazia, ovviamente ben conservato e controllato e da quel che ci
risulta è scritto in aramaico, la lingua parlata da Gesù per ammaestrare le folle
della Palestina, una lingua difficilissima che solo voi in queste contrade sapete
comprendere. Deve farci avere questo manoscritto. Questi tre signori sono qui
per illustrarle nei minimi particolari il piano d’azione.»
Uno dei tre prese a questo punto la parola e mi disse che Scorselli,
Monlaver, Tosegi e qualcun’altro nell’abbazia erano riusciti a contattare il
vecchio monaco Rimotrus dal quale si erano fatti rivelare l’ubicazione esatta
di una botola, attraverso la quale pervenire nella stanza sotterranea dov’era
custodito il papiro. Mi consigliò poi di fare molta attenzione, poiché Cudecro
aveva forse annusato qualcosa, ma sarebbe stato per il momento zittito dal
visconte Raimondo-Ruggero di Trencavel che tra l’altro gli avrebbe chiesto,
vista la ferocia dei crociati che già si erano lordate le mani di sangue e non
avrebbero esitato a distruggere la sua abbazia, di consentirmi di visionare il
papiro e magari di prelevarlo per trasferirlo in un luogo ancora più sicuro e
quindi lontano dalle mire dell’esercito di Innocenzo III. Cudecro non aveva
reagito bene all’intervento del visconte ma per ora aveva promesso di non
agire contro di me e di non consegnarmi agli inquisitori. Una volta
prelevatolo, continuò, avrei dovuto correre a più non posso lungo il cunicolo
indicato da Rimotrus e non appena fuoriuscito dall’abbazia, con l’aiuto di
alcune guardie al servizio di Raimondo VI, lo avrei dovuto portare da questi
in un Castello fortificato a circa dieci chilometri a nord-ovest di Beziers. In
cambio della mia collaborazione mi si prometteva che avrei potuto procedere
ad una traduzione in doppia copia, una per il conte di Tolosa e una per me.
Quando, dopo quest’ultima visita a Beziers, ritornai a Fonts de Bratin,
trovai l’abbazia come in preda al caos. L’ambiente era diventato
all’improvviso invivibile, specie soprattutto alla luce del fatto che si era
diffusa la voce che le avanguardie crociate si erano mosse e si trovavano
ormai a pochi passi dal nostro cenobio, la qual cosa la diceva lunga sui veri
obiettivi dell’abate comandante Arnauld-Amaury.
Dopo appena un’ora ch’ero rientrato, comunque, ebbi la nuova di sapere
che l’abate in persona aveva chiesto il mio arresto preventivo, cosa che fu
effettuata nel chiostro da alcuni monaci armati non appena se ne presentò
l’occasione.
Venni così rinchiuso in un’ala dell’infermeria, laddove poi mi accertai
dalla voce poco lontana che ivi erano reclusi anche Scorselli, Monlaver e
Tosegi, ma stranamente non Rimotrus. Forse i crociati avevano preso in
contropiede gli organizzatori del piano di trafugamento del papiro o forse gli
stessi, tramite le loro spie, venuti a conoscenza dei nomi dei monaci implicati
nel tentativo di impossessamento del terribile documento, avevano ordinato a
Cudecro di bloccarci in attesa delle loro decisioni sulla nostra sorte. Così
comportandosi, comunque, era chiaro che l’abate si era schierato con i
crociati e non aveva tenuto conto delle pressioni del visconte di Beziers,
anche se non era ancora chiaro se intendeva o meno consegnarci nelle mani di
Arnauld-Amaury, sopprannominato l’abate bianco per la sua feroce
determinazione ‘cristiana’ a combattere la pericolosa eresia.
A conferma che oramai eravamo giunti ad un punto di non-ritorno, una
notte di luna piena udii sconvolto colpi poderosi al portone dell’abbazia.
Come mi fu poco dopo raccontato da un monaco, si trattava dei colpi delle
avanguardie dei crociati, che al comando di un loro emissario di nome
Quassoni erano penetrati nell’abbazia allo scopo di chiedere l’immediata
consegna di noi arrestati. L’abate ci difese dichiarando che nonostante avesse
optato per la nostra reclusione eravamo ancora sotto la sua tutela e che un
passo del genere lo avrebbe fatto solo dopo un giusto processo che provasse
senza ombra di dubbio le nostra colpevolezza. L’inviato fu irremovibile, ma
proprio quando Cudecro stava già per piegarsi alla sua richiesta irruppero a
tradimento nell’abbazia come minimo un centinaio di soldati da Beziers che a
loro volta presero in ostaggio Quassoni e la sua compagnia crociata, dando
ordine a Cudecro di liberarci seduta stante, cosa che fu eseguita senza tanti
ripensamenti. Gli eventi si aggravarono quando a loro volta un numero
impressionante di crociati invasero letteralmente l’abbazia, ingaggiando una
sanguinosa battaglia all’interno del luogo sacro. Vidi cadere con i miei occhi
per primo Cudecro e quindi Krutick, scannati senza pietà e senza preavviso,
con gli altri monaci che scappavano da tutte le parti per salvare la pelle. Io,
Scorselli, Monlaver e Tosegi, sotto la protezione coraggiosa del centinaio di
armati del visconte di Beziers (che comunque alla fine dovettero
soccombere), approfittando dell’ineffabile confusione che si era creata, ci
dirigemmo velocemente nella botola indicataci che si trovava in un angolo
dell’abside della Chiesa abbaziale, dopodiché, essendo riusciti
fortunosamente a prendere con noi in tempo alcune fiaccole, l’aprimmo e
scendemmo forsennatamente una cinquantina di scalini di roccia, percorrendo
quindi a grandi passi un cunicolo che a un certo punto si diramava in due
direzioni, una verso l’uscita all’aperto e l’altra, che saliva, verso l’ultimo
locale al settimo piano sotterraneo della biblioteca. Imboccammo pertanto
quest’ultima e giunti nel posto prefissato prememmo una specie di tasto
segreto che fece scostare lentamente un grosso blocco di pietra e così
penetrammo in un piccolo bugigattolo nel quale si respirava a malapena data
la quasi totale assenza di ossigeno. I nostri occhi caddero subito su una
piccola cassetta di metallo sulla quale, a caratteri cubitali, era scritto:
Secretum inviolabile maximum. Era il papiro, non c’era dubbio. Aprimmo
la cassetta, prelevammo il documento papiraceo e scappammo come furie
scatenate verso il cunicolo principale, dal quale riuscimmo poi a sbucare in
aperta campagna, laddove ci attendevano alcune guardie del Conte di Tolosa,
i quali ci aiutarono a metterci in groppa su quattro possenti destrieri,
dopodiché, avendo galoppato per circa mezz’ora, ci fecero entrare nel
Castello del temerario Raimondo VI.
Il resto della storia la conoscete perché ne ho parlato all’inizio.
Ma cosa vi era di tanto pericoloso in quel papiro, un documento
all’apparenza innocuo, tale comunque da scatenare un così grande sterminio
di esseri umani? Come già ricordato, non ho potuto leggerlo e studiarlo in
profondità per le circostanze di cui ho già fatto menzione, ad ogni modo sono
in grado di farne quanto meno un sunto.
Nel papiro, come recita il titolo, era esposta in maniera quanto mai
limpida, redatta da Gesù Cristo in persona, la sua vera inaudita misteriosa
divina dottrina, sia quella attinente alle questioni metafisico-teologiche e sia
l’altra riguardante gli aspetti psicologici-salvifici. Non a caso, Gesù, che la
dedica al suo amato discepolo Giovanni, la divide appunto in due sezioni. Per
quanto riguarda la prima, Egli avvia la sua inusitata rivelazione
sostenendo che fin da prima della fondazione del Tempo esistevano e
sempre esisteranno, ognuna nella Propria Sfera di Competenza, in una
sorta di delicato equilibrio, Due Divinità egualmente Eterne, Onniscenti e
Onnipotenti, il Principio della Luce e della Verità incarnato da Suo
Padre e Quello delle Tenebre e della Menzogna rappresentato dal
Diavolo, l’Uno votato al Bene e alla Pace e l’Altro invece al Male e alla
Guerra. Sia la prima che la seconda divinità si circondarono fin dall’eternità
di un’infinita schiera di adoratori, i Démoni per il Male e gli Angeli per il
Bene. Ma il Principio delle Tenebre, sopraffatto ad un certo punto dall’invidia
e dall’odio nel vedere la Beatitudine e la Calma regnare Sovrane nel campo
avverso, decise improvvisamente di muovere battaglia al suo antagonista e
presentandosi sotto mentite spoglie nella veste di messaggero angelico dei
voleri del Principio di Luce, con l’arte dell’astuzia e della lusinga riuscì a
corrompere e allontanare dalla Verità la quasi totalità delle schiere angeliche,
scagliandole quindi con furente ira nella prigione del mondo che nel
frattempo aveva creato, affidando poi il governo della commistione posta in
essere ai suoi démoni, con l’ordine draconiano di vigilare attentamente
affinché nessuno degli angeli imprigionati (che in ultima analisi sarebbero le
nostre stesse anime) potesse far ritorno nel Reame del suo oppositore. A tale
scopo, appunto per rendere eterno e incontrovertibile il dato di fatto della
carcerazione, il Maligno architettò il più mostruoso e vergognoso
stratagemma adatto all’uopo e cioè la concupiscenza, la lussuria e in
definitiva l’istinto sessuale procreativo, attraverso cui venne assicurata la
trasmigrazione incessante ed eterna delle anime all’interno del ciclo infernale
della Materia, tentazione, questa del sesso, che in sostanza è da intendersi
come la chiave di volta dell’intera struttura demoniaca dell’Universo. Con
questo e con altri terribili sotterfugi, le anime, già duramente colpite,
degradate e insozzate nella loro entità e dignità, perdettero via via il ricordo
delle loro origini spirituali fin quasi a diventare una sola cosa con la materia.
Ma il Principio della Luce scoprì ben presto l’inganno e cercò di reagire al
danno arrecatogli, irrompendo coraggiosamente nel regno delle Tenebre ed
ingaggiando col Diavolo e i suoi démoni una furibonda guerra spirituale che
dura e durerà fin quando non sarà sanato il torto subìto. A tal fine, memore
della maestria diabolica con la quale il suo Nemico era riuscito con apparente
facilità a corrompere i suoi angeli (creati forse troppo deboli per resistere
all’assalto delle Tenebre), sostituì premurosamente le schiere dei suoi
precedenti adoratori con esseri spirituali ben più potenti e resistenti, i
cosiddetti Arcangeli, dando in special modo al più importante di essi, appunto
Lui, Gesù Cristo, l’ordine perentorio di distruggere dalle fondamenta il
mondo creato dal Demonio e quindi di liberare con ogni mezzo le anime
condannate crudelmente nel pozzo buio della vita materiale.
Chiarito il mistero della creazione e della sua propria origine divina, Gesù
passa quindi ad indicare i punti fondamentali del suo messaggio salvifico, teso
a mostrare all’uomo l’unico piano di salvezza e di fuoriuscita dalle catene del
mondo. Per prima cosa scrive che la strada che conduce alla liberazione è
assai impervia e irta di ostacoli, causa il lordume immondo accumulato dalle
anime in conseguenza della loro forzata ma adesso anche condiscendente e
aquiescente permanenza nel dominio del Diavolo. Per scrollarci di dosso tale
lordume, il primo passo da compiere da parte dell’uomo inteso quale anima è
quello di rendersi conto fin nelle più profonde regioni del suo essere che la
vita così com’è è un inferno e che in conseguenza di questa presa di coscienza
di carattere teorico-intellettuale, da raggiungere con la massima
concentrazione spirituale, si deve poi passare, con implacabile volontà
decisionista, ad un’azione dirompente, scardinante e del tutto incondizionata
dalle lusinghe materiali, tale da annientare alla radice con atti pratici e spietati
l’impianto su cui si regge la creazione voluta dal Demonio. Persino la propria
morte volontaria, ottenuta e ricercata all’interno di un ardimentoso
programma di smantellamento del creato, sarebbe la benvenuta, poiché
rappresenterebbe il suggello cruciale della nostra vittoria definitiva sul
Diavolo e le sue orribili tentazioni. Il mondo, così com’è, in sostanza, deve
esere distrutto senza pietà, solo così le anime in esso imprigionate possono far
ritorno alla loro sede primigenia. Anche Gesù, che non a caso dichiara di non
essere di questo mondo, in definitiva si è fatto immolare proprio allo scopo di
dimostrare l’estrema assurdità e malvagità di questo tipo di esistenza
diabolica radicalmente da cancellare. Ma questa cancellazione non potrà mai
realizzarsi se prima non si abbatte il triplice mortifero pilastro che tiene in
piedi la sanguinosa tragedia della vita: la concupiscenza, la lussuria e l’istinto
sessuale procreativo. È proprio infatti grazie a questa sorta di eterna
demoniaca maledizione se la vita così com’è si perpetua nella sua costante
luttuosità fatta di disperazione, sofferenze e morte a non finire. Il sesso deve
essere condannato in maniera feroce e irrevocabile. Ma chi riuscirà
nell’impresa? Pochi, Egli dichiara infatti che molti sono i chiamati ma pochi
gli eletti. Lo scontro col mondo deve essere quindi totale e radicale. Egli è
venuto a portare la spada e il fuoco mediante cui sdradicare l’attaccamento
alla materia e al suo diabolico creatore.
Nel papiro erano contenute tali altre spaventose rivelazioni che non ho
neppure il coraggio di riportare, dico solo che alla fine di quella lettura fugace
il concetto principale che ne veniva fuori era una negazione del mondo tanto
completa da far venire i brividi.
Distruzione del mondo attraverso l’immolazione della propria vita,
cancellazione dei propri istinti sessuali, annientamento di tutte le pulsioni
negative del nostro essere, condanna senza appello di ogni attaccamento
ai beni materiali, rifiuto netto di ogni volontà di sopravvivenza che sia
fine a sé stessa: questi erano i capisaldi dottrinali indicati da Gesù per
sfuggire del tutto e definitivamente dalla nostra prigione esistenziale, un
concezione, come ben si può vedere, nettamente agli antipodi delle idee
salvifiche che la Chiesa ci ha sempre insegnate essere proprie del
messaggio di Cristo.
Ora finalmente capisco perché i catari praticano la cosiddetta Endura, una
sorta di suicidio volontario come atto estremo di ribellione al mondo e alla
vita. Ora capisco perché questi supposti eretici vengono perseguitati con tanta
sanguinosa ferocia. Il mondo è di Satana e deve restare di Satana, non
potendo Questi mai accettare che il suo Regno malefico finisca nella polvere
come merita. Per questo ha chiuso gli occhi alla Chiesa e ai crociati, affinché
lo spirito demoniaco prevalga e venga annientata ogni opposizione alla sua
terrificante dittatura.
Ora capisco, ho capito, i catari hanno ragione.
Qui terminava lo scritto di Favera e sopraffatto improvvisamente da un
senso smisurato di turbamento mentale e mortale (come se avessi toccato con
mano il fuoco infernale della Verità) lo andai a riporre barcollante (per la
fatica e le notti passate in bianco) in una cassaforte a combinazione.
L’idea di renderlo pubblico non mi passò neppure per un momento per la
testa, anche per il timore di incorrere in chissà quale disgrazia, un pensiero

che per lunghi giorni mi tormentò fino allo spasimo, quasi che, rendendolo
noto, potessi compiere una vera e propria azione sacrilega in grado di attirare
su di me l’ira stessa del Demonio contro il quale in ultima analisi il testo di
Favera era ed è diretto.
Il fatto spaventoso che alla fine mi fece cambiare idea (un fatto questa
volta quanto mai reale per la cui certificazione allego in bianco e nero qui
sotto una foto della mia macchina gravemente danneggiata)
si verificò il 20 Giugno del 2002 alle ore 21:30, allorquando, percorrendo
l’autostrada PA-TP con la mia Fiat Uno amaranto (mi stavo recando dai miei
vecchi genitori di Castellammare del Golfo come a chiedere lumi sulle
decisioni da prendere in merito al volume di Favera, essendo loro molto
religiosi e anche un po’ superstiziosi), dopo essere appena uscito dalla lunga
curva che inizia all’altezza dello svincolo di Punta Raisi, al Km 14-250, senza
rendermi conto di essere giunto ad un passo dalla morte, andavo a
schiantarmi a 100 all’ora contro una macchina improvvisamente e
diabolicamente materializzatasi in mezzo alla carreggiata. Le cinture di
sicurezza allacciate insieme ad un vero miracolo operato credo a mio favore
da un’Entità Benigna Soprannaturale mi salvavano la vita, anche se riportavo
gravi e forse permanenti lesioni fisiche insieme ad uno shock psichico di cui
soffro ancora oggi mentre scrivo. L’idea di un complotto tenebroso
orchestrato dal Demonio per assassinarmi mi frullò subito per la testa e
immediatamente misi l’accaduto in relazione con il testo di Favera che
prima avevo deliberato di mantenere nel segreto. Adesso il libro sta per
essere stampato (per chi legge lo è già). Evidentemente, mi sono detto, Dio
vuole che sia reso di pubblico dominio. Se mi ha salvato la vita contro le
insidie del Diavolo, tese ad impedire la pubblicazione della presente opera,
vuol dire che lo ha fatto anche per questo ed io Gli sono e Gli sarò sempre
debitore della vita.

di
Vincenzo Poma

Post più popolari